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Portare lo smartphone in bagno aumenta il rischio di emorroidi

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 17:00

Alzi la mano chi non è mai andato in bagno accompagnato dal proprio telefono. Ormai i cellulari con le loro connessioni a internet sono così prepotentemente presenti nelle nostre vite tra social network, videogiochi e applicazioni varie, da portarceli dietro anche quando siamo in bagno. Anzi, soprattutto quando si va in bagno, dirà qualcuno, dato che è un momento di tranquillità in cui possiamo dedicarci al 100% a rispondere a messaggi, mail e chat, ottimizzando i tempi. Eppure chattare, mandare messaggi e consultare lo smartphone mentre si è seduti sul water aumenta il rischio di sviluppare le emorroidi.

Aumenta la pressione sui vasi sanguigni

A sostenerlo è Sarah Jarvis, medico di medicina generale a Londra e direttore di patient.info, portale britannico dedicato a cittadini e operatori sanitari che si occupa di salute e medicina, che ha sconsigliato di utilizzare il telefonino mentre si è in bagno perché, ha spiegato in un’intervista al quotidiano online The Sun, se si porta il telefono al gabinetto si tende a rimanere seduti più a lungo, aumentando la pressione sui vasi sanguigni che si trovano nella parte inferiore del retto e nell’ano e accrescendo così il rischio di sviluppare, o di peggiorare se già se ne soffre, le emorroidi.

Ricettacolo di batteri e virus

Ma la comparsa o il peggioramento delle emorroidi non è l’unico rischio che si corre quando si entra in bagno con il telefonino. Si rischia anche di coprire di batteri e virus il nostro device. Come spiega Lisa Ackerley, esperta di igiene, “nel gabinetto ci sono germi sul water, sul pulsante di scarico, sul porta rotolo. Questi germi possono portare diverse malattie ed è il motivo per cui, dopo essere stati in bagno, ci laviamo le mani”. Mentre il telefono quello no, dopo essere stato in bagno non viene lavato, diventando un vero e proprio ricettacolo di batteri e virus.

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Unilever, svolta ambientale: entro 2025 dimezzerà imballaggi in plastica

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 15:30

La multinazionale olandese-britannica annuncia il proprio impegno a dimezzare l’utilizzo della plastica vergine nei propri imballaggi. La mossa consentirà di ridurre l’uso complessivo di imballaggi in plastica di oltre 100mila tonnellate, grazie al contestuale utilizzo di plastica riciclata. L’obiettivo è di recuperare e destinare al riciclo più imballaggi di plastica di quanti ne siano venduti con i suoi prodotti. Quindi entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica saranno totalmente riciclabili o compostabili e riutilizzabili. Inoltre verrà usato per il packaging il 25% di plastica riciclata. L’impegno di Unilever implica la raccolta e la trasformazione di circa 600mila tonnellate di plastica ogni anno entro il 2025. Niente di drastico, ma certamente un passo importante.

Unilever e la gestione dei rifiuti

Unilever è infatti una realtà a cui fanno capo oltre 400 aziende attive nel campo dell’alimentazione, bevande e dei prodotti per l’igiene e per la casa, settori che fanno largo uso di imballaggi in plastica. La valenza dell’impegno preso costituisce un passo decisivo per la multinazionale, introducendola a investimenti e partnership in grado di migliorare il sistema di gestione dei rifiuti in molti dei Paesi in cui opera. Tale percorso di riabilitazione green delle grandi aziende è fondamentale per tutto il settore del riciclo dei rifiuti, in particolare della plastica, spesso senza sbocchi. I Paesi occidentali devono affrontare questo problema grazie anche agli aiuti delle multinazionali.

E in Italia?

Anche in Italia, nonostante la raccolta differenziata, i rifiuti vengono dati alle fiamme o spediti in altri Paesi proprio perché non esiste al momento un’industria interessata a utilizzare la plastica riciclata in grandi quantità. Finora, in altre parole, la fine della plastica differenziata era dubbia. Ora, forse, le cose potrebbero cambiare.

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L’assemblea regionale siciliana costa più della Casa Bianca, tra foulard di seta e camicie su misura

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 13:43

Sembra incredibile, ma l’Assemblea regionale siciliana costa più della Casa Bianca, 137 milioni di euro a fronte di 136 milioni. Come cantava qualcuno, Tu vuo’ fa’ ll’americano ma si’ nato in Italy” (e quindi spendi ancora di più)Un parlamento, quello della regione Sicilia a statuto speciale, tra i più costosi e più improduttivi in circolazione: nel corso del 2018 ha lavorato 246 ore e 33 minuti per un totale di 87 giorni di seduta e una media di 7,25 giorni al mese. Il M5s ha calcolato e reso noto durante una conferenza stampa convocata proprio a Palazzo dei Normanni che l’Assemblea regionale siciliana costa ai contribuenti siciliani mille euro al minuto. «Il record negativo a maggio, 4 ore e 34 minuti, peggio fa solo agosto con 4 ore e 1 minuto di lavoro», ha commentato Stefano Zito, che ha poi sottolineato come su 394 decreti legge presentati, soltanto 21 siano diventati legge. «Nel primo anno di Crocetta furono approvate 22 leggi dall’Assemblea» e le cose non sono migliorate, da qui la proposta del Movimento di una modifica del regolamento che monitori le presenze e calcoli le assenze secondo un meccanismo con sanzioni che detraggano dal 2 al 10 per cento lo stipendio dei deputati assenteisti.  Una proposta encomiabile, non fosse per un piccolo dettaglio: è stato proprio il M5s, alleato con la Lega durante il primo Governo Conte, a dare il via libera a 355 nuovi assessori nei comuni siciliani. Manovra che non ha fatto che nutrire i “poltronari” della politica in Sicilia, alla faccia del “taglio alla spesa pubblica”. Oggi quelli del M5s chiedono una maggiore produttività ai colleghi deputati siciliani (la media di lavoro all’interno dell’aula è di 20 ore e 32 minuti al mese, circa cinque ore e spiccioli a settimana), ma per quanto la Regione abbia la bellezza di 40000 assessori, 200.000 forestali e 9 province, le vere rockstar sono gli uscieri

A fronte dei continui scandali intorno al costo del personale e dei parlamentari (15 milioni all’anno) il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, rispondendo a una richiesta inviata dal presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Micciché, aveva invitato il parlamento siciliano alla “prudenza” e a evitare di approvare leggi che prevedessero nuove spese. Di tutta risposta, l’indomani, la commissione parlamentare siciliana si è riunita e ha proposto la fornitura di quasi quattromila divise su misura

Abiti su misura, cravatte in pura seta e ricami 

Ancora non si conosce la società che fornirà uscieri, portieri e personale siciliano di un kit di abiti nuovi, ma il contenuto del kit è trapelato, in uno scintillìo di seta, e parte da una base d’asta di 560 euro: ogni kit è composto da due abiti (per il valore di 280 euro cadauno)  e ogni abito è composto da giacca e pantaloni (di lana per il kit invernale, di cotone per l’estate), camicia in puro cotone, cravatta in pura seta di colore blu e spilla in lega metallica, colore oro raffigurante la ‘Trinacria’ con fermo posteriore. Sul lato sinistro del petto della giacca capeggerà un gonfalone ricamato in stoffa, il logo della Regione Sicilia, e i bottoni, anche, saranno logati e «dovranno riportare le iniziali della Regione siciliana (RS)». Per le donne, la divisa prevede gonna, giacca, un foulard, camicia e la spilla con la Trinacria. I tessuti, si dice, proverranno dalle manifatture del marchio Marzotto, fiore all’occhiello del settore tessile Made in Italy, e ai costi degli indumenti si aggiungono i costi di sartoria: se un dipendente ingrasserà durante in periodo natalizio, potrà avvalersi delle modifiche di un sarto, pagato, appunto, dai contribuenti.

E la gara d’appalto?

Parte da una base d’asta piuttosto ricca: oltre un milione di euro, per la precisione, 1.116.640 euro, somma ritenuta necessaria ma non sufficiente per l’acquisto di 3.988 divise. Quattro divise per ogni stagione (ma le mezze stagioni non esistevano più?) per ciascuno dei 997 dipendenti addetti «ai servizi di portineria, uscerile e alla conduzione di autoveicoli dell’amministrazione regionale». Il bando, inutile a dirlo, si terrà interamente in Sicilia. 

Intanto, Miccichè continua a rimandare la commissione regolamento per attuare l’articolo 36 del regolamento interno che prevede la decadenza del deputato al superamento di tre assenze. 

L’azione di Miccichè è necessaria, dal momento che, sottolinea Zito, «Il difetto del regolamento dipende proprio dai poteri del presidente dell’Assemblea, che può decidere qualsiasi cosa. Può fare e rifare le votazioni all’interno dell’Aula fino a quando non trova un risultato che gli piace…».  

Uno statuto speciale che tra camicie su misura e foulard di seta per gli uscieri si traduce in una spesa pro capite di oltre 4.000 euro all’ anno a danno di ogni cittadino italiano contribuente, neonati compresi. Sorge il dubbio che con l’espressione “bella Sicilia” la Regione siciliana intenda l’outfit degli autisti e le vacanze dei suoi parlamentari. 

Fonti: Il Fatto Quotidiano, La Sicilia, Il Sole 24 ore, www.ars.sicilia.it

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Chi è Davi Kopenawa, il Dalai Lama della foresta?

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 12:00

Il Right Livelihood Award è un premio, noto anche come “Nobel Alternativo” istituito nel 1980 per promuovere e far conoscere al mondo gli sforzi di ecologisti, ambientalisti, pacifisti, tutti coloro che ogni giorno si impegnano per un Pianeta migliore.

Persone coraggiose che risolvono problematiche mondiali

Nel 2019 il vincitore è Davi Kopenawa, sciamano del popolo Yanomami del Brasile, da una vita impegnato nella tutela della foresta amazzonica e dei popoli indigeni che ci vivono.

Stephen Corry, direttore generale di Survival International, lo ha definito: «la voce più costante ed efficace che si sia mai levata in difesa dell’Amazzonia, e quindi del mondo intero».

Famosa la sua ventennale campagna di denuncia dei cercatori d’oro illegali che stanno devastando i territori Yanomami. Davi Kopenawa si è opposto anche a taglialegna, minatori, allevatori, imprese di costruzioni, chiunque minacci in qualche modo la sua foresta.

Secondo Davi Kopenawa, se distruggiamo la foresta il cielo ci cadrà in testa!

Per approfondire: 

https://www.unimondo.org/Notizie/Davi-Kopenawa-e-il-Right-Livelihood-Award-2019-189056
https://ilmanifesto.it/davi-kopenawa-uno-sciamano-alternativo-a-bolsonaro/

Fonte immagine: YouTube

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Il dragaggio diventa “eco”

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 10:00

Rifiuti. Li si mette da parte, magari nascondendoli e ce li si dimentica. Complice il sistema naturale che spesso li sottrae alla vista e li rimette nel ciclo dell’ecosistema a poco a poco, facendoli diventare, un pezzo del nostro sistema “naturale”. Così a piccole, ma dannose, dosi, ecco che ciò che abbiamo “dimenticato” nell’aria, nel suolo o nel mare, rientra in circolo, un circolo persistente e invasivo che entra anche nella catena alimentare e, quindi, alla fine dentro di noi.

Succede in maniera evidente, per esempio, con l’ecosistema marino, dove le plastiche che raggiungono le acque prima galleggiano, poi affondano e a poco a poco diventano microplastiche che entrano nella catena alimentare e finiscono nei nostri piatti.
Non ci sono solo le plastiche accumulate sul fondo del mare: vere e proprie bombe ecologiche sono i fondali dei porti, nei quali “dormono” enormi quantità d’inquinanti accumulati negli anni. E l’Italia con i suoi oltre 8.300 chilometri di coste e i 31 porti commerciali – che hanno movimentato nel 2017 oltre 51 milioni di passeggeri e 500 milioni di tonnellate di merci – sotto questo profilo, di bombe ecologiche “sommerse” ne ha parecchie. Ma prima è necessario spiegare perché.

Il problema

I fondali dei porti, infatti, sono dei veri e propri accumulatori di sostanze inquinanti, la cui presenza nelle acque è dovuta alle attività di routine dei porti, come gli idrocarburi – compresi i micidiali policiclici aromatici (IPA) -, i metalli pesanti e gli oli minerali che rimangono per anni se non per decenni nei sedimenti dei fondali. Spesso, quindi, si tratta di sostanze ricevute in eredità dalle attività passate e la cui diminuzione non è possibile con nuovi limiti e procedure. E sono inquinanti che hanno un effetto relativamente basso fino a quando non si rende necessario l’adeguamento del porto, sia per problemi fisiologici, sia per questioni di ampliamento della capacità. In entrambi i casi, sia si tratti di un ripristino dovuto all’accumulo di sedimenti, sia quando è necessario aumentare la capacità d’accoglienza di nuove navi di pescaggio maggiore, è necessario dragare. Ossia levare uno strato, spesso consistente, di sedimenti dai fondali. E qui iniziano i problemi. Già, perché con i sedimenti si smuovono anche molte sostanze tossiche depositate da decenni, le si rimescola con l’acqua rimettendole in circolo nelle correnti marine, creando così decine di metri cubi di rifiuti che è necessario collocare al sicuro in discarica. E tutto ciò succede se si usa la classica benna o le draghe aspiranti/refluenti con le quali si sono sempre fatti i dragaggi. Ma l’alternativa esiste.

La soluzione

Un’azienda italiana, la Decomar, ha messo a punto un sistema alternativo che impedisce la dispersione nell’ambiente degli inquinanti e il riutilizzo. Si tratta di un sistema a circuito chiuso che isola i sedimenti da prelevare in un ambiente confinato e immerso nell’acqua, salvaguardando l’acqua circostante dall’intorbidamento e dall’inquinamento. La soluzione ha diversi vantaggi. Il primo è quello, come detto, di evitare l’inquinamento delle acque e il reinserimento di sostanze dannose nel ciclo biologico, e il secondo è che si tratta di un intervento che può essere effettuato senza interruzioni dell’attività portuale, evitando danni economici. Vi è poi anche una questione legata all’economia circolare. Le sostanze inquinanti, conservate nei sedimenti e accumulate negli anni, infatti, non sono più diffuse nell’ambiente circostante ma sono separate e confinate in una piccola parte del totale estratto che è quello destinato alla discarica. Tutto il resto del materiale è purificato, rivitalizzato e può essere rilasciato sul posto del prelievo, conservato per l’utilizzo in altre aree o per il ripascimento (cioè il ripristino dei lidi costieri erosi) della costa in aree limitrofe con sedimenti autoctoni, oppure per l’utilizzo in edilizia.

Erosione

E la questione ripascimento non è secondaria. Circa il 50% degli 8.300 chilometri di spiagge italiane è soggetto al fenomeno dell’erosione e si tratta di un comparto che genera oltre 13 miliardi di Pil: una discreta fetta degli 83 miliardi di euro afferenti al turismo più in generale in Italia. E gli interventi di ripascimento oggi sono un onere non indifferente per la pubblica amministrazione e per l’ambiente. La sola regione Toscana, per esempio, ha speso ben 13 milioni di euro per riparare all’erosione causata dalle mareggiate dell’autunno 2018. La sabbia necessaria, infatti, proviene dalle cave, dai fondali marini oppure dall’interno delle spiagge stesse, con inevitabili aumenti di costi per il trasporto. Oppure con problemi di compatibilità ambientale e paesaggistica. Il caso del porto di Pescara, sotto a questo profilo è emblematico. Il porto in questione, infatti, è da anni oggetto di un dragaggio tradizionale che oltre a non aver risolto il problema della navigabilità del canale, ancora precaria nonostante tutto il lavoro svolto negli anni, ha prodotto una collina artificiale nell’area portuale, composta da materiale di bassa qualità inutilizzabile per il ripascimento delle spiagge vicine che pure ne avrebbero bisogno.

Non solo porti

Ma il sistema Limpidh2O, questo il nome che gli ha dato Decomar, consente anche la circolarità tra funzioni diverse. Esiste, infatti, l’esigenza di dragare altro oltre ai porti e più in generale i fondali marini. Fiumi, laghi e bacini idroelettrici. Nel caso di fiumi e laghi questo sistema consente di svolgere le operazioni necessarie senza ledere i già fragili ecosistemi. Per quanto riguarda i bacini idroelettrici il sistema consente di risolvere più di una questione. Tutti i bacini idroelettrici italiani infatti sono datati e durante i parecchi decenni della loro vita hanno accumulato notevoli quantità di sedimenti sul fondo che ne stanno riducendo la capacità d’accumulo d’acqua, in un momento in cui invece questa capacità deve essere valorizzata a causa dei cambiamenti climatici. Il cambiamento sia delle quantità d’acqua piovana annuale, sia della modalità nella quale la pioggia precipita al suolo – con eventi sempre più rapidi e intensi – mette a dura prova la capacità d’accumulo dei bacini idroelettrici il cui volume è limitato dall’accumulo dei sedimenti. Il sistema di Decomar, in questo caso, consente di intervenire senza compromettere la funzionalità degli impianti idroelettrici – con i quali produciamo il 16,5% dell’elettricità italiana, ossia quasi il 42% di quella da fonti rinnovabili – che sono importanti non solo sotto il profilo energetico, ma anche come “serbatoio” di sicurezza per l’agricoltura. I sedimenti provenienti dai bacini idroelettrici, infine, sono per la gran parte puliti, visto che provengono da bacini che non hanno alle spalle, nella quasi totalità dei casi, attività umane inquinanti.
Cosa impedisce, quindi, l’utilizzo di un sistema come questo? Semplice. La mancanza di visione sistemica dei problemi. In Italia si cercano di solito soluzioni puntuali nelle quali non si leggono i contesti complessivi. E così si perdono anche le occasioni di fare di più con meno. Come recitava uno slogan dell’Unione europea di qualche anno fa al quale sembra che l’Italia abbia come una sorta d’allergia.

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Come scegliere il conto corrente

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 07:01

Questa settimana Vincenzo Imperatore ci guida nella scelta di un conto corrente bancario. Ma sentito parlare dell’ISC?
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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 15 OTTOBRE 2019!

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Neonati prematuri: nasce il database nazionale per la cura e la ricerca

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 07:00

Una banca dati nazionale per raccogliere tutti i dati relativi ai trattamenti somministrati ai neonati prematuri e metterli in rete, a disposizione delle circa 240 strutture ospedaliere che dispongono di un reparto di patologia o di terapia intensiva neonatale: la piattaforma online si chiama INNSIN ed è stata ideata dalla Società italiana di neonatologia (Sin) per dare la possibilità di consultare, in tempo reale, i dati di tutti i nati pretermine assistiti nel proprio centro e confrontare le proprie casistiche con quelle delle altre strutture italiane aderenti al network.

L’obiettivo è implementare la ricerca scientifica a favore dei bimbi che nascono prematuramente e assicurare loro la migliore assistenza medica possibile, valutando gli effetti delle procedure assistenziali utilizzate, identificando specifiche aree di criticità, promuovendo interventi mirati per il potenziamento delle cure dei piccoli prematuri e collaborando con altri centri nazionali che si occupano di salute perinatale. La piattaforma dà inoltre la possibilità – alle strutture che effettueranno l’opportuna iscrizione – di consultare i dati raccolti a livello (quasi) globale dai circa 1200 centri aderenti al Vermont Oxford Network, rete di collaborazione tra professionisti in campo sanitario dedicata all’incremento della qualità e della sicurezza delle cure mediche per i neonati e le loro famiglie.

Un bambino su dieci nasce in anticipo

In Italia ogni anno circa il 10% dei neonati, vale a dire circa 45 mila bimbi, nasce pretermine, cioè prima della 37° settimana di gestazione. Questi piccoli sono molto più fragili di quelli nati a termine (cioè dopo la 37° settimana compiuta) perché l’immaturità del loro sistema immunitario dovuta alla precoce interruzione della gravidanza li rende vulnerabili a batteri e virus, anche a quelli generalmente innocui per gli adulti, e perché spesso necessitano di essere sottoposti a procedure invasive indispensabili per la sopravvivenza (come ventilazione meccanica, drenaggi e sondini) che costituiscono ulteriori fattori di rischio per le infezioni.

Garantire le cure migliori

L’entità dei problemi da affrontare alla nascita dipende, oltre che dal livello di prematurità, dalle eventuali patologie presenti e dallo stato di salute complessivo: per questo è importante garantire a questi giovanissimi pazienti le cure più efficaci. E conoscere i rischi e gli esiti dei trattamenti somministrati fotografando quello che accade in altre strutture ospedaliere è un elemento fondamentale per fornire la migliore assistenza sanitaria. A spiegarlo è il presidente della Società italiana di neonatologia, Fabio Mosca: «I bambini prematuri necessitano di assistenza mirata e di un mix di cure avanzate. La riuscita degli interventi attuati sarà più appropriata ed efficace partendo da dati e informazioni su casi già affrontati: per questo la piattaforma INNSIN ci consentirà di potenziare ulteriormente il nostro intervento assistenziale e organizzativo».

Dopo la dimissione

La raccolta dei dati medici relativi ai bimbi prematuri non verrà utilizzata solo durante la degenza in ospedale dei piccoli pazienti ma, continua Mosca, «contribuirà anche a migliorare il follow-up (i controlli periodici post-terapie, ndr) e l’assistenza dopo la dimissione, per proseguire le cure nel modo più adeguato possibile ed effettuare la diagnosi precoce di eventuali disturbi neurologici e sensoriali per un inizio tempestivo del supporto riabilitativo e abilitativo, se necessario».

Diversi livelli di prematurità

Se in generale si parla di “prematurità” per tutti i neonati che nascono prima del compimento della 37° settimana di gravidanza, esistono però diversi livelli di prematurità a seconda dell’età gestazionale in cui il bambino viene alla luce: i nati tra la 34esima e la 37esima settimana sono considerati “tardo prematuri”;  quelli nati tra la 32esima e la 33esima settimana “prematuri moderati”; quelli che nascono tra la 28esima e la 31esima settimana “molto prematuri” mentre i bimbi venuti alla luce prima del compimento delle 28 settimane di gestazione sono definiti “estremamente prematuri”.

I diversi livelli di prematurità possono essere classificati anche in base al peso alla nascita: i piccoli di peso compreso tra 1500 e 2500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “basso”; quelli che pesano tra 1000 e 1500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “molto basso”; quelli che pesano meno di 1000 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “estremamente basso”.

In Italia tassi di sopravvivenza tra i più alti al mondo

Tanto più alla nascita l’età gestazionale è prematura e il peso basso, tanto più il neonato è delicato e le sue condizioni di salute possono presentarsi critiche. I prematuri che nascono sotto i 1500 grammi di peso – che rappresentano quelli più fragili – costituiscono circa l’1% delle nascite all’anno. Nel nostro Paese il tasso di mortalità di questi neonati è tra i più bassi al mondo: grazie al livello di assistenza raggiunto nelle nostre terapie intensive neonatali gli ultimi dati disponibili evidenziano una mortalità dell’11% rispetto al 14% delle più importanti terapie intensive neonatali di tutto il globo.

Istituita nel 2008 la Giornata mondiale

Per sensibilizzare sul tema dei neonati prematuri, richiamare il valore dell’assistenza e sottolineare l’importanza della prevenzione dei fattori di rischio che possono favorire il verificarsi della prematurità, nel 2008 è stata istituita laGiornata mondiale della prematurità (World Prematurity Day). In Italia è promossa dalla Società italiana di neonatologia e dal ministero della Salute e si celebra ogni anno il 17 novembre.

Foto di Pexels da Pixabay

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Il Barcellona cancella Francisco Franco dalla sua storia

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 06:54

Més que un club. Più di una “semplice” squadra di calcio. Il Barcellona è uno stile vita, è un sentimento identitario. E questo fine settimana ne ha dato un’altra dimostrazione. Per domenica 6 ottobre è stata convocata l’assemblea del club. I soci sono 4478. Come ha scritto il quotidiano spagnolo La Vanguardia – che ha seguito la vicenda – i soci si sono dati appuntamento con la storia. Ossia con il ritiro formale delle onorificenze concesse al dittatore Francisco Franco.

È una controversia che da decenni anima la vita del club catalano. Si tratta, come ha scritto La Vanguardia, di “due onorificenze concesse: una, nel 1971, come ringraziamento per gli aiuti di stato alla costruzione del padiglione sportivo che ancora oggi ospita le assemblee del club e l’altra, nel 1974, è relativa alla consegna della medaglia d’oro del 75esimo anniversario del club, medaglia consegnata al generalissimo.” Atti che però non sono mai stati messi a verbale, per cui non esiste una documentazione ufficiale nei registri del club. Fu l’allora presidente Montal, come ha successivamente confermato lo stesso diretto interessato, a evitare di lasciare traccia di questi due episodi.

Ed è proprio appellandosi alla mancanza di documenti protocollati che l’ex presidente Laporta si è sempre rifiutato di affrontare il caso, nonostante una raccolta di firme. «Non possiamo ritirare quel che non è mai avvenuto». L’attuale numero uno del Barcellona, Bartomeu, la pensa però diversamente. E ha accolto l’ordine del giorno che domenica è stato votato a larghissima maggioranza: 671 voti, solo due contrari e sette schede bianche. Il Barça ha così cancellato dal proprio passato ogni rapporto col caudillo. Anche se in realtà, come ricorda il quotidiano, i rapporti tra il club e Franco non si limitarono a quei due episodi. Il 10 ottobre 1957, accompagnato da sua moglie Carmen Polo, Franco fu per la prima volta spettatore al Camp Nou: vide Barcellona-Siviglia che finì 3-1 con una rimonta dei catalani. Gli andalusi andarono in vantaggio cinque minuti dopo l’arrivo del dittatore.

Nella domenica del voto, l’assemblea del Barcellona ha approvato anche il bilancio ma ha respinto un’altra proposta. O meglio, la proposta non ha raggiunto la maggioranza qualificata. I soci hanno detto no al voto elettronico. Era stato Victor Font, futuro candidato alla presidenza, a presentare quest’ordine del giorno. Occorreva la maggioranza dei due terzi dei presenti. Al momento della votazione, al Palau Blaugrana i presenti erano 625 e sarebbe stati necessari 417 voti a favore. Invece i voti sono stati 359, 173 i contrari e 67 le nulle. Nell’universo Barcellona, il voto elettronico può attendere.

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Tre bambini italiani su 10 sono in sovrappeso: sotto accusa lo stile di vita

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 17:00

Due bambini italiani su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 risulta obeso. Dati alla mano, tre bambini su dieci nel nostro paese sono alle prese con i chili di troppo, e quindi esposti a tutte le conseguenze – sia per la salute fisica che psicologica – che da un peso eccessivo possono derivare. Un problema, quello dell’obesità infantile, sempre più sotto gli occhi di tutti.

I rischi dell’obesità infantile

Le conseguenze dell’eccesso di peso in età infantile e nell’adolescenza, spiega spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, direttore della Rete Disturbi Comportamento Alimentare Usl 1 dell ‘Umbria, “vanno dall’aumento del rischio di diabete, di ipertensione arteriosa, di steatosi epatica grave che può diventare cirrosi, fino ad arrivare ad alterazioni psicologiche e del comportamento che si ripercuotono sulla qualità di vita, per non parlare del bullismo che ne consegue. Infine l’obesità infantile è un predittore certo per l’obesità adulta: 4 ragazzi su 5 continueranno ad avere un eccesso di peso in età adulta”.

Sotto accusa i nuovi stili di vita

La maggior parte di questa esplosione di obesità nell’età evolutiva dipende soprattutto dalla modificazione degli stili di vita: “Si mangia sempre più fuori casa, si cucina sempre meno e sempre in minor tempo, sono in aumento cibi preconfezionati e processati; è completamente cambiata la cultura. Inoltre l’attività fisica si è ridotta moltissimo e oggi le ore passate a scuola, in macchina, di fronte i monitor di tablet e cellulare sono predominanti”, spiega Dalla Ragione. A confermare quest’ultima tendenza anche i dati raccolti dall’Osservatorio Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza del Ministero della Salute, secondo cui la maggior parte dei bambini tra i 4 e i 10 anni adotta uno stile di vita sedentario e solo 1 su 4 raggiunge la scuola a piedi o in bicicletta.

L’Obesity Day

Per sensibilizzare al problema dell’obesità infantile l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù nella sede di Roma-San Paolo giovedì 10 ottobre in occasione dell’Obesity day, la campagna nazionale di sensibilizzazione per la prevenzione dell’obesità e del sovrappeso, dedicherà una giornata alla corretta alimentazione dei bambini con l’intervento di medici, nutrizionisti ed esperti del settore (ingresso libero e gratuito).

L’ Obesity Day è una giornata che si celebra ogni anno, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’obesità e problematiche connesse. Promossa dalla Fondazione ADI (Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica Italiana), ha l’obiettivo di informare, sensibilizzare e orientare in modo corretto, relativamente al problema dell’obesità, i mezzi di comunicazione di massa, l’opinione pubblica e anche chi opera in sanità. Il focus di quest’anno è ‘peso e benessere’, un rapporto che può essere mantenuto nel giusto equilibrio, sin da bambini, attraverso l’educazione alimentare dell’intero nucleo familiare.     

«Per contrastare eccesso di peso e obesità – dichiara Giuseppe Morino, responsabile di Educazione Alimentare del Bambino Gesù – è necessario affrontare il problema il più precocemente possibile. Per favorire una crescita sana non servono diete, ma stimoli a cambiare lo stile alimentare e di vita in generale. Regola che vale non solo per i più piccoli, ma anche per tutta la famiglia». Tra le misure che dovrebbero essere prese in considerazione dalle famiglie italiane, spiega Maria Rita Spreghini, nutrizionista del Bambino Gesù, meno televisione, computer e cellulare e più spazio ai cibi sani e al movimento all’aria aperta.

Le attività organizzate al Bambino Gesù per l’Obesity Day sono aperte a tutti: bambini, ragazzi, genitori, nonni e anche ai dipendenti dell’Ospedale che vorranno aderire. Durante la giornata i partecipanti riceveranno materiale informativo e indicazioni da medici e nutrizionisti dell’Ospedale. Su richiesta saranno effettuate consulenze mediche e misurazioni antropometriche per la valutazione dello stato di salute.

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Scuola digitale: buoni risultati ma pochi gli istituti all’avanguardia

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 15:14

Education 3.0, ambienti di apprendimento innovativi, laboratori didattici innovativi, biblioteche scolastiche innovative (sì, la parola “innovativo” piace molto): sono gli slogan che si leggono nel sito del Ministero dell’Istruzione a proposito del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del MIUR per il “lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.

Si tratta del momento operativo di quella “Buona Scuola” lanciata con non poca enfasi nel 2015 (legge 107/2015) con l’obiettivo di innovare (sì, ancora questa parola) il sistema scolastico e offrire nuove opportunità di educazione digitale.

Musica invece della campanella

È passato qualche anno da allora, e possiamo tirare le somme (che al momento, purtroppo, assomigliano più a sottrazioni).

Un recente rapporto di Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) rivela che gli studenti che frequentano scuole dove vengono adottati nuovi sistemi di insegnamento sono più bravi e ottengono in genere risultati migliori nelle prove Invalsi rispetto ai colleghi delle scuole “tradizionali”. Abbandonata la classica campanella d’inizio lezioni – sostituita da una radio che trasmette musica – e finalmente spariti banchi e cattedra, con lezioni interdisciplinari in cui i ragazzi interagiscono da protagonisti, le performance aumentano, l’italiano e persino l’ostica matematica non fanno più paura e i punteggi crescono.

Bene, 7+. Anzi, benino. O meglio: non sufficiente.

I risultati, quindi, sono buoni. E non ci stupisce: vuoi vedere che se – dopo più di 150 anni di un modello scolastico rimasto invariato (il sistema così come lo conosciamo nasce con l’Unità d’Italia, nel 1861) – vengono introdotte alcune novità, gli studenti magari si appassionano un po’ di più e scoprono che la conoscenza può passare anche da canali diversi da social e YouTube?

Le ombre però non sono poche. Intanto i numeri, ancora molto bassi: secondo il rapporto di Indire queste “avanguardie educative” sono presenti in 907 scuole, su un totale di 57.831 istituti scolastici, tra statali e paritari; l’ 1,5% è un indice davvero basso.

L’altra ombra è data da un nuovo studio sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci e pubblicato oggi sul sito InvalsiOpen.

Le cifre dell’abbandono scolastico: un’ecatombe

Se dunque da un lato la scuola italiana presenta le sue (rare) eccellenze, dall’altro lato le percentuali degli abbandoni sono desolanti: la “dispersione scolastica esplicita e implicita” comprende non solo coloro che non finiscono le scuole superiori ma anche quelli che pur arrivando al diploma finale hanno “un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla”.  

La totalità delle due categorie raggiunge numeri che parlano di una vera e propria sconfitta del “sistema scuola”: la media italiana si aggira intorno al 20% con punte che superano il 37% in Sardegna e Sicilia, del 33% in Calabria, del 32% in Campania.

Educazione digitale: obiettivo sufficiente?

L’aspirazione a una “Scuola 3.0” distribuita su tutto il territorio è dunque molto più che legittima, e appare piuttosto come una strada necessaria per evitare un’emarginazione culturale e sociale che molto difficilmente può essere recuperata dopo il tempo dell’obbligo scolastico.

E forse non sarebbe inutile se in questo percorso non ci si chiudesse solo all’innovazione del “mezzo” ma si inserissero anche contenuti antichi come l’uomo ma nuovi per il sistema scolastico: vorremmo una scuola che nel suo manifesto d’intenti comprendesse la conoscenza delle emozioni e che parlasse il linguaggio dell’affettività.

Chissà, magari a prescindere dalla lavagna luminosa e dal tablet a tutti gli studenti e scolari potrebbero diminuire gli abbandoni scolastici. Aspettiamo la Scuola 4.0

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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È partita da New Delhi la Marcia Globale per la Pace

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 12:00

Percorrerà Asia ed Europa, e dopo aver attraversato 16 Paesi arriverà a Ginevra il 25 settembre 2020 (Giornata Mondiale della Pace Internazionale) dopo 360 giorni di cammino e confronto sulle tematiche della pace, la giustizia, l’emergenza ambientale, la povertà, l’emancipazione femminile e giovanile.

Il percorso della Global Peace March Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

È una delle frasi più celebri di Gandhi e uno degli slogan del movimento per sottolineare le azioni di non-violenza. Il Mahatma è in ottima compagnia: tra i grandi uomini portatori di pace richiamati da Ekta Parishad (il movimento organizzatore dell’inziativa), vi sono infatti, per nominarne solo altri due, Martin Luther King e Nelson Mandela. Uomini che hanno saputo comunicare, promuovere, educare e dimostrare nei fatti la “non violenza”

Per il Manifesto dello Jai Jagat 2020 “pace” non significa essere un “anti-movimento” ma essere orientati a soluzioni reali, rispondendo a quattro grandi sfide globali: l’eliminazione della povertà, l’inclusione sociale, il miglioramento della crisi climatica, l’arresto di conflitti e violenze.

La marcia, appoggiata da centinaia di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo, arriverà anche in Italia: a partire dal 25 luglio 2020 attraverserà varie città fra cui Ancona, Assisi, Roma, Arezzo, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Brescia e Milano.

Immagine di copertina: Pagina Facebook JaiJagat2020

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Ottobre: mese dell’educazione finanziaria

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 11:00

Ovviamente con i soldi pubblici di una politica sempre prona al potere di banche, assicurazioni e loro derivati.

Sì, perché in questo paese l’educazione finanziaria è stata affidata proprio ai più maleducati.

Un paradosso

Dopo quanto hanno combinato lasciare che giochino questa partita da soli sarebbe come affidare a un pasticciere un corso su come mangiare sano oppure a un mafioso un seminario sulla legalità.

Ma questa «operazione simpatia» verso i clienti non stupisce affatto, perché gli istituti di credito tengono solo  alla propria reputazione. Si tratta della ennesima operazione “vetrina” che tra l’altro nasconde, anche da parte degli enti preposti (Comitato Interministeriale per l’Educazione Finanziaria) una errata analisi dei bisogni formativi.

Non solo per la materia che studio da circa 30 anni ma soprattutto stando tra le persone e ascoltando le loro domande, mi sono reso infatti conto che l’informazione in tema di finanza è troppo tecnica, astratta e poco accessibile a chi non ha una formazione specifica sull’argomento. Seminari, manuali, allegati a quotidiani di settore, trasmissioni con esperti e giornalisti usano un linguaggio troppo complesso, e raramente «parlano semplice».

In questo modo aumenta la confusione delle persone, che finiscono per disinteressarsi o, peggio ancora, per affidarsi al consulente bancario «di fiducia», oppure a privati senza scrupoli, spesso in conflitto d’interessi.

«Cosa devo fare per non mettere a rischio i miei risparmi?»
«Quale banca mi consiglia?»
«Come si legge un estratto conto?»
«Le spese che mi hanno addebitato sono corrette?»
«Quale mutuo mi consiglia per acquistare una casa?»
«Cosa posso leggere, di facile, per capire come difendermi?»

Ecco le domande, semplici, che in tanti mi rivolgono, spesso anche amici e parenti.

Ma quali sono invece le reali esigenze di uno studente, di un pensionato o di un piccolo imprenditore? E di una casalinga, di un operaio o di un’impiegata?

Non certo afferrare la logica che muove i mercati della speculazione o degli investimenti, ma piuttosto comprendere e usare al meglio gli strumenti alla base del rapporto di fiducia con la loro banca. Si tratta di cittadini che non hanno più tempo per acquisire le competenze necessarie a capire i concetti più complessi della finanza: troppo tardi, ormai.

Piuttosto, hanno bisogno di indicazioni precise, pratiche, simili a quelle dei tutorial che cerchiamo sul web quando, per esempio, il nostro smartphone si blocca e vogliamo rimediare da soli. Lo facciamo tutti, senza avere una laurea in ingegneria informatica.

È ormai assodato che la finanza ha un ruolo decisivo nella nostra quotidianità, persino mentre dormiamo

Per quale ragione, allora, nessuno ne spiega i concetti base? Perché non farlo già nelle scuole primarie, anziché solo all’università? La risposta è semplice: ci vogliono ignoranti, manipolabili. E più nei corsi di formazione si parla di concetti anche basilari (come la differenza tra una obbligazione e una azione), più gli squali della finanza capiscono dagli occhi spiritati dei presenti (o dai tanti assenti) che il cittadino medio non capisce una mazza e che quindi può manovrarlo e condizionarlo.

Questo tipo di “educazione finanziaria” spaventa soprattutto il cittadino medio, che non crede di poter capire nemmeno le nozioni più basilari. Infatti, nell’immaginario collettivo la finanza è una materia troppo difficile da padroneggiare in poco tempo e con letture «facili».

La finanza è complessa, è vero, ma sarebbe sbagliato confondere la competenza professionale con la conoscenza divulgativa. Informare il signor Rossi non significa trasformarlo in George Soros ma renderlo un cittadino più consapevole e quindi dotarlo di maggiore potere negoziale.

Dobbiamo smontare lo stereotipo della finanza come materia per pochi eletti, perché ogni argomento, anche il più complesso, può essere spiegato in modo accessibile.

Bisogna utilizzare un linguaggio “diverso”, da controinformazione, e la saggistica (ma anche l’informazione giornalistica), tranne alcuni casi casi, difficilmente affronta la materia con consigli atipici, spesso non tecnici, suggerimenti che di certo un illustre professore di finanza non si curerebbe neanche di fornirvi, magari arricciando il naso disgustato da tanta semplicità.

Io nel frattempo, da oltre 5 anni, ci sto provando, anche con il supporto di testate come People For Planet. E non solo ad ottobre.

Photo by Adeolu Eletu on Unsplash

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Clima, aderisci alla petizione di Clessidre Climatiche

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 10:46

Tic tac, il tempo scorre e l’Unione Europea non ha ancora tracciato una strada comune per far fronte ai cambiamenti climatici e alle conseguenze disastrose che hanno innescato.

L’idea di dichiarare formalmente l’allarme clima, partita ad aprile dall’ambientalista ed eurodeputato nella precedente legislatura (2014-2019) Dario Tamburrano, è stata rilanciata in questi giorni dalle Clessidre Climatiche, un gruppo di attivisti per l’ambiente e la giustizia sociale, attraverso una petizione online indirizzata al Parlamento Europeo. In particolare, si richiede di stipulare un Patto europeo per l’emergenza climatica vincolante per gli Stati Membri che implichi l’adozione entro il 2050 di misure in grado di disincentivare il consumo di combustibili fossili in favore dell’acquisto di prodotti a basse emissioni e di fonti di energia rinnovabile. Ma anche di abolire i vincoli di bilancio al 3% per favorire investimenti pubblici che abbiano il fine di ridurre le emissioni di CO2. Infine, di introdurre una Carbon tax.

Clicca qui per firmare la petizione

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C’è una sola pianta che cresce in tutte le aree del mondo…

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 07:00

L’orzo è in grado di interpretare le condizioni ambientali in cui si trova e di adeguare il proprio ciclo vitale a diversi habitat. Il merito è di alcuni geni, che “leggono” il territorio e consentono l’adattamento.   Il merito è di alcuni geni che controllano i meccanismi di lettura del territorio e di adattamento: sono questi a far sì che l’orzo sia l’unica pianta tra le specie coltivate in grado di crescere in tutte le aree agricole del mondo, dall’Islanda alla Lapponia, passando per il Tibet a oltre 4000 metri di quota, fino ad arrivare a nord del Circolo polare artico e ai confini del deserto mediorientale, in aree con una piovosità inferiore a 250mm l’anno. La scoperta, che arriva da uno studio pubblicato su The Plant Journal, rappresenta un passo fondamentale per studiare e selezionare varietà della coltura adatte ai cambiamenti climatici e garantire i futuri fabbisogni di cibo.

È la coltura più resiliente

Il riconoscimento di “coltura più resiliente” all’orzo – pianta molto diffusa in Europa, in tutta l’area mediterranea e in Italia, dove è utilizzata sia per l’alimentazione animale che per la produzione della birra – arriva da un gruppo internazionale di 27 ricercatori tra cui alcuni italiani dell’Università degli Studi di Milano, del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e del Parco Tecnologico Padano (PTP) Science Park.

Esaminate oltre 400 varietà

Gli studiosi sono riusciti a identificare i geni che rendono l’orzo estremamente adattabile a habitat enormemente diversi tra loro analizzando il genoma di circa 400 varietà della coltura provenienti da più di 70 Paesi. I dati genomici raccolti, spiega Laura Rossini del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, che ha coordinato il lavoro di sequenziamento in collaborazione con il PTP, «rappresentano una risorsa unica per future ricerche sulla risposta dell’orzo agli stress. Per esempio, potranno essere impiegati per studiare la resistenza alle malattie o alla ridotta disponibilità di acqua, così da applicare queste conoscenze per ottenere varietà migliorate».

Non teme i cambiamenti climatici

«Comprendere la straordinaria capacità di adattamento dell’orzo è fondamentale, di fronte ai cambiamenti climatici in atto, per selezionare le piante da coltivare nei prossimi anni – spiega Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca Genomica e Bioinformatica del CREA -. Il clima sta cambiando e l’agricoltura globale deve rispondere alla sfida con piante che cambino di conseguenza, per garantire i fabbisogni di cibo e di altri prodotti di origine agricola».

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

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Ecologia e sostenibilità nella ristorazione (Video)

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:17

Il segreto della sostenibilità nella cucina di un ristorante è l’autoproduzione. Più cose si fanno “in casa” meno si deve acquistare dai fornitori, meno imballaggi, meno sprechi, meno inquinamento.

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Cervicale, come alleviare il dolore?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:00

Almeno 6 italiani su 10 soffrono di cervicalgia e circa quindici milioni di persone ricorrono alle cure mediche dopo aver consultato ortopedici, fisiatri, fisioterapisti. Il dolore al collo, dunque, è un malessere sempre più diffuso, senza distinzioni fra uomini e donne che, spiega Mario Manca, presidente degli Ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi) durante il 12esimo ‘Trauma Meeting’ in corso a Riccione, non accenna a diminuire: “Il dolore al collo, ma anche alla nuca e alle spalle, coinvolge sempre di più un numero disparato di persone. Molti uomini e donne, indipendentemente dalla loro età sono costretti a vivere con dolori ricorrenti e invalidanti al collo”

(…) Ma cosa si può fare per alleviare tali sofferenze? Gli ortopedici Otodi suggeriscono di sottoporsi a una valutazione specialistica per avere una diagnosi clinica e di conferma dell’origine cervicale del problema. Potranno essere di aiuto farmaci analgesici, associati a volte a farmaci rilassanti la muscolatura contratta, cicli rieducativi e di fisioterapia.

Se la sintomatologia dovesse però associarsi a dolori che si irradiano lungo un braccio, magari con formicolii (parestesie), allora potranno essere necessari ulteriori approfondimenti diagnostici quali ad esempio la risonanza magnetica, avvertono gli ortopedici.“

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Biscotti glassati

CuoreBasilicata - Dom, 10/06/2019 - 10:51
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: BASSOTipologia: DOLCI TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per i biscotti:

  • 500 g di farina di grano duro
  • 1 cucchiaino di liquore all’anica
  • 5 uova
  • ½ bicchiere di olio di oliva
  • sale q.b.
  • zucchero q.b.

Per la glassa:

  • zucchero a velo
  • acqua q.b.
  • un cucchiaio di succo di limone
PREPARAZIONE

Impastate la farina aggiungendo il liquore all’anice, l’olio e le uova.

Prelevate dall’impasto dei bastoncini di 2 cm di diametro e formatevi dei taralli di forma circolare.

Portate a bollore una pentola d’acqua, immergetevi poco alla volta i vostri biscotti e, man mano che vengono a galla, prelevateli con una schiumarola e scolateli su un canovaccio. Passateli poi in forno a 200 gradi per una ventina di minuti, fino a quando saranno dorati.

A questo punto bisogna prestare particolare attenzione alla preparazione della glassa: sciogliete lo zucchero a velo in acqua (1 kg per 250 cc di acqua), quindi fate bollire per qualche minuto (4-5 minuti in genere), aggiungendo il succo di limone e mescolando continuamente in modo da ottenere un composto denso e cremoso. Un trucco per verificare l’esatto grado di consistenza è quello di prendere il liquido zuccherato, lavorarlo con pollice e indice e valutare se, allontanando lentamente le dita, si vada a creare un filo solido, che non si spezzi.

Adesso togliete il composto dal fuoco e lavoratelo velocemente aiutandovi con uno sbattitore da cucina, fino a quando non diventerà una pasta di colore bianco neve (la lavorazione può essere eseguita in alternativa spatolando energicamente il composto su di un piano di marmo).

Quindi fate sciogliere lentamente la glassa a bagnomaria per riportarla alla consistenza originaria.

Immergete i vostri biscotti raffreddati nella glassa e lasciateli asciugare.

CURIOSITÀ

biscotti al “naspro” sono dolci tipici lucani ricoperti da una delicata glassa bianca aromatizzata al limone, preparati tradizionalmente per il Carnevale, la Pasqua e altre importanti ricorrenze.

Un tempo era il dolce simbolo del matrimonio poiché le famiglie benestanti, grazie all’aiuto di donne esperte chiamate “mustazzulare”, lo offrivano agli invitati al banchetto nuziale.

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Il mixer da cucina in legno che non richiede elettricità

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 10:00

Manuel Immler è uno studente della Libera Università di Bolzano preoccupato per «le conseguenze eco-sociali» di un’economia modellata sull’idea di una crescita infinita e, pertanto, estremamente vorace di risorse.

Per la tesi di laurea magistrale ha deciso di guardarsi attorno partendo dalla propria casa, individuando quegli oggetti che sono prodotti in maniera dispendiosa – ossia causando un elevato consumo di risorse – e provando a pensare «come progettare prodotti e merci in modo tale che i loro effetti dannosi possano essere minimizzati», riducendo il consumo di energia, il trasporto e i rifiuti.

È nato così Pinomixer da cucina multifunzione che non richiede elettricità, è prodotto con l’uso di materiali locali (il corpo è in legno, la base e l’interno sono in acciaio) ed è progettato per durare a lungo.
Leggi l’articolo originale su ZEUS News – https://www.zeusnews.it/n.php?c=27665

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Gli strani casi dell’animo umano: “Gli Sherlock Holmes de noantri”

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 09:30

“…e da oggi potrai pedinare il tuo partner, fotografarlo nei momenti più intimi, ascoltare tutte le sue conversazioni… comodamente dalla poltrona di casa tua!” 

In Italia, solo negli ultimi 8 mesi, sono più di mille le vittime di Stalkerware. 37mila – tra gennaio e agosto – in tutto il globo (fonte Kaspersky, internet security). 

Cosa significa? Che ci sono almeno 37mila persone che si sono prese la briga di scaricare e installare sul telefono del partner (o dell’ex) una spia tecnologica, un software in grado di operare un monitoraggio costante delle attività altrui.

Nel caso siate degli stalker digitali ancora nel buio, vi offriamo un novero di spiegazioni, giustificazioni, risposte (im)possibili da propinare alla vittima, appena smascherati:

  1. Amore, volevo starti più vicino, conoscerti, comprenderti più a fondo. 
    #SoloPerFacceDiBronzo
  2. Scusa, un investigatore privato costava troppo 
    #PerGliIneccepibili
  3. Era un esperimento socio-antropologico
    #SoloSeConPartnerDalQIdiUnAnellide
  4. Sei così bella che non potevo credere che tu amassi proprio me
    #SeLeiTiUccideNessunGiudiceLaCondannerà
  5. La colpa è tua che non mi hai mai fatto sentire al sicuro
    #PerLaSerieSeTiFaiMaleTiDoIlResto
  6. Facciamo una telefonata erotica e poi ci riascoltiamo?
    #PerLeSimpaticheCanaglie
  7. Non girare la frittata! Chi cacchio è questa “Janna Blondie che io si sente tanto sola e voglio che conosce te per croccante amicizia freddo inverno no perditempo”?
    #PerLeCausePerse
  8. Vuoi sposarmi?
    #PerGliArditi
  9. Hai visto che non è vero che non ti ascolto quando parli?
    #OraDigliCheHaTorto
  10. Tesoro, hai fatto gli aggiornamenti?
    #Bomber

P.S. Avvertenze per chiunque sia vittima di questa o altre situazioni di stalking e controllo: chi non si fida di voi, chi vi spia, chi invade la vostra privacy, non vi ama troppo. Non vi ama affatto.

Immagine: Foto di Couleur da Pixabay

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Chi ha paura del 5G?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 07:00

Secondo il New York Times no. L’errore di un ricercatore, amplificato dalla natura umana, che crede più facilmente alle cattive notizie che alle buone, avrebbe provocato una reazione a catena internazionale che adesso si amplifica con l’arrivo del 5G. Eppure i dubbi restano tanti.

Il rapporto dell’ISS

Un rapporto appena pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità sul rischio che lega tumori, telefoni cellulari, radiofrequenze e stazioni wi-fi, ha concluso che “è stata raggiunta una maggiore chiarezza riguardo all’assenza di alcuni effetti negativi sulla salute (…), mentre alcune domande non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti e richiedono ulteriori approfondimenti scientifici”. Ad esempio “…rimane un certo grado d’incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso dei cellulari. Inoltre, gli studi finora effettuati non hanno potuto analizzare gli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato da bambini e di un’eventuale maggiore vulnerabilità a questi effetti durante l’infanzia”.

I consigli del CNR

In sostanza quindi “al momento non esistono evidenze scientifiche particolari su impatti negativi delle tecnologie cellulari o WiFi sulla salute, in particolare sullo sviluppo di tumori. Le tecnologie 5G non usano un tipo di onde radio radicalmente diverse dalle tecnologie cellulari precedenti. Anche se il numero di dispositivi connessi è sicuramente destinato a crescere, le potenze trasmissive di ogni singola antenna dovrebbero diminuire, quindi non è, in generale, giustificato attendersi necessariamente un aumento complessivo dell’energia di onde radio a cui saremo esposti”, ci ha precisato Andrea Passarella, del Cnr. Dovrebbe essere sufficiente fare telefonate brevi; usare gli auricolari; non telefonare in auto (che funziona da cassa di risonanza e, muovendosi, costringe l’apparecchio a cercare in continuazione il segnale migliore) e non avvicinare telefoni o i vari device connessi alle teste dei bambini (qui altri accorgimenti) per ridurre l’esposizione e arrivare a un rischio vicino allo zero.

Del resto, anche il New York Times ha di recente collegato le paure di un effetto deleterio di telefoni e pc al fraintendimento di un unico, celebre, ricercatore.

A cosa risale il timore per i rischi alla salute?

Nel 2000, ricostruisce il giornale, le scuole pubbliche della contea di Broward, in Florida, hanno chiesto a Bill P. Curry, consulente e fisico, un parere sul possibile rischio di installare laptop e reti wireless per i loro 250mila studenti. Ricevettero un rapporto allarmante: la tecnologia è “probabilmente un grave pericolo per la salute”. Secondo lo studio la dose di radiazioni ricevute dal cervello aumentava con l’aumentare della frequenza del segnale wireless, fino a diventare pericolosa se si raggiungevano le frequenze wireless associate alla rete di computer. Si parlò di rischio di sviluppare il cancro al cervello.

Il parere di Curry, secondo il New York Times, si è diffuso risuonando tra educatori e consumatori di tutto il mondo, mentre le frequenze di telefoni cellulari, torri cellulari e reti locali wireless aumentavano fino all’attuale tecnologia 5G. Ma, pare, aveva torto.

In sostanza, la lettura di Curry avrebbe tralasciato un filtro naturale e molto potente: la nostra pelle, che funge da barriera, funzionando infatti già con le frequenze ben più elevate della luce solare. Un’ipotesi rassicurante.

Gli studi sono davvero affidabili e indipendenti?

Quello che però non possiamo dimenticare quando si parla di internet, cellulari ecc. è la potenza dell’industria che li sostiene. In pochi casi come nella tecnologia dei cellulari, scrive ad esempio The Guardian, studi scientifici a favore e contro la pericolosità di telefoni e rete wi-fi si alternano di pari passo. Sostanzialmente, scrive il giornale britannico, ove la ricerca è finanziata dall’industria, non si vedono rischi per la salute; mentre al contrario ogni studio indipendente ha chiarito effetti gravi o gravissimi.

Lo stesso rapporto italiano dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità), sebbene condotto da organismi importanti e teoricamente indipendenti (l’Ente Regionale per la Protezione Ambientale del Piemonte; l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile; e il Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha suscitato molte critiche, chiamando in causa lo stesso problema di indipendenza della ricerca a cui accennava il Guardian, e alcuni medici hanno chiesto di rivedere quei risultati tranquillizzanti: sia l’Associazione Italiana Elettrosensibili che l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente hanno invitato l’Iss a ritirare il rapporto, promuovendo una raccolta di firme per chiedere la rielaborazione del documento.

In sintesi, questi medici affermano che non si ha idea di quali potranno essere gli effetti sulla salute del 5G, mentre in prospettiva abbiamo invece la certezza del fatto che ci sarà “un incremento notevole del numero di impianti installati sul territorio” e che “l’introduzione della tecnologia 5G potrà portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spazio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza”.

L’unica cosa che sembra chiara in questa vera e propria guerra di dati e ricostruzioni, punti di vista e aggiornamenti, è  che, nel dubbio, conviene minimizzare la nostra esposizione: spegnendo, allontanando e limitando il più possibile il nostro utilizzo dei telefoni e di ogni tipo di device elettronico, specialmente se connesso.  

Immagine di copertina: Armando Tondo

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