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Francia, costretti a dimettersi per aver pubblicato foto di caccia in Africa

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 17:00

I coniugi, che gestivano un supermercato, si sono dimessi dopo le polemiche scatenate dalle foto divenute virali.

Se un tempo uccidere fauna selvatica e mostrare pubblicamente le foto dei propri trofei di caccia era socialmente accettato, oggi lo è sempre meno. Lo hanno imparato a loro spese due coniugi francesi, costretti a dimettersi dal proprio posto di lavoro dopo che le foto che li ritraggono sorridenti davanti a numerosi animali morti, pubblicate sui social, sono diventate virali

Rischio boicottaggio

L’uomo e la donna gestivano un supermercato della catena Super U, che fa parte della società cooperativa Système U, nella città di L’Arbresle, piccolo comune della regione Alvernia-Rodano-Alpi. In seguito alle forti proteste scaturite dalle foto, risalenti al 2015, ma diventate virali su Twitter solo nei giorni scorsi, e alle numerose minacce di boicottare i punti vendita della catena, il gruppo ha annunciato che la coppia avrebbe lasciato il proprio posto di lavoro con effetto immediato. “Queste immagini sono completamente contrarie ai valori difesi dalla cooperativa – ha annunciato in una nota il gruppo che gestisce i supermercati Super U. – Condanniamo fermamente queste attività anche se si tratta di attività private dei proprietari del supermercato”. Data “la gravità della situazione”, ha spiegato un portavoce della società francese, il proprietario del negozio e sua moglie hanno deciso, d’accordo con il gruppo, di dimettersi.  

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I gatti di Andrea Camilleri

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 16:00

L’amicizia con Camilleri è nata all’inizio di questo millennio, ero andata a intervistarlo per Il Fatto, il programma di Enzo Biagi per cui lavoravo. Così scoprii due questioni fondamentali: Camilleri abitava nello stesso palazzo della mia redazione romana e avevamo una grande passione in comune per i gatti.

Da allora per un lungo periodo abbiamo preso l’abitudine di passeggiare insieme tutte le mattine, parlavamo di famiglia, di politica, di libri e di gatti ovviamente.

Lo riempivo anche di richieste dettate da amici pazzi di lui, che mi consegnavano copie dei suoi romanzi per ricevere dediche. Camilleri era sempre disponibile, «Raccontami qualcosa in più di questa persona», poi annotava qualcosa e firmava.

L’aver ottenuto successo in età avanzata aveva contribuito, insieme a un’indole serena e rilassata, a non fargli mai montare la testa. Sembrava piuttosto divertito e stupito dalla grande attenzione nei suoi confronti.

Ci sono diversi tipi di scrittori. Quelli che vanno veloci, quelli per cui ogni riga è impegno e sofferenza, quelli stitici e quelli prolifici, quelli che se la tirano per aver pubblicato un libretto, quelli che dissimulano su un capolavoro. Quelli che per una pagina restano concentrati un giorno intero, quelli che ne redigono dieci in breve tempo.  

Camilleri è semplicemente uno a cui scrivere viene facile.

Confesso che prima di conoscerlo non ero una sua fan letteraria, lo sono diventata dopo, perché l’essere umano Camilleri mi ha conquistata. Simpatico, gioviale, con una bella famiglia; nel frequentare la sua casa ho avuto anche conferma che le famose sigarette accese contemporaneamente erano realtà e non leggenda, «faccio solo qualche tiro, non la fumo mai tutta, quindi sono meno di quanto sembri».

Oggi voglio ricordarlo con le storie dei nostri amati gatti,  ce ne sono tanti ad aspettarlo lassù…

«Non siamo noi a scegliere il gatto, è il gatto che sceglie noi. Ho sempre avuto gatti che sono entrati in casa e si sono rifiutati di andarsene. Quindi in realtà mi hanno scelto, hanno sentito che potevamo andare d’accordo e sono venuti ad abitare con me».

«Un gatto è una gran cosa. La compagnia che dà un gatto è quasi umana, a differenza della compagnia che può dare un cane che pende dalle tue labbra e vuole adeguarsi alla tua volontà. Il gatto è sempre in una posizione dialettica; può condividere quello che stai dicendo, ma può anche non condividerlo. Ha quella sorta di piccola autonomia che può avere un amico nei tuoi riguardi. Certe volte il gatto ti dice: non sono d’accordo con quello che stai facendo, e te lo dimostra in mille modi, voltandoti le spalle ad esempio. La bontà estrema e la posizione dialettica fanno la differenza tra cane e gatto».

In particolare Camilleri amava i gatti guerrieri.

«Mi piacciono i gatti guerrieri che lottano per la sopravvivenza, senza un occhio, con mezzo orecchio. A questi gatti bisognerebbe concedere il riposo del guerriero appunto. Trovare un modo. In genere le persone adottano micini piccoli, perché sono graziosi, simpatici. Però avere un gatto guerriero accanto, che con le sue ferite ti dimostra quanto è difficile l’esistenza e quanto è dura la sopravvivenza, credo sarebbe un esempio per chi cerca la vita facile».

Negli ultimi anni della sua vita Camilleri aveva scelto di non tenere gatti in casa. «Non voglio più averne dopo che ho avuto un gatto per diciotto anni», mi aveva confidato con la voce incrinata. «Quando non c’è stato più ho sofferto maledettamente; allora, per egoismo, mi rifiuto di affezionarmi ancora. Però usufruisco dei gatti delle mie figlie, ogni tanto telefono e chiedo: “portatemi un gatto!”. I gatti lo sanno, le mie figlie dicono: “andiamo dal nonno”, loro entrano subito nella gabbietta, mi raggiungono, restano da me tre o quattro giorni felici e beati».

Amavo ascoltare i racconti su Gatto Barone, indimenticabile compagno di avventure.

«Gatto Barone fa parte della mia vita, è stato anche un ottimo consigliere in momenti difficili, era estremamente intelligente. Lo raccolsi in un paese della Toscana. Vidi dei bambini che giocavano a palla, dopo un attimo mi resi conto con orrore che la palla che stavano adoperando era un gattino vivo. Allora presi il gattino – dopo aver un po’ ecceduto su quei bambini, lo confesso. Lo curammo con un amore infinito, e lui si legò a noi di altrettanto amore. Guarì e credo che non si rese mai conto di essere un gatto. Partecipò attivamente alla vita della famiglia, non piangeva mai, per nessuna ragione al mondo. Era una presenza attiva, non passiva, della casa. L’abbiamo molto amato».

Il paradiso dei gatti sarà sicuramente un posto bellissimo.

Immagine: Andrea Camilleri con Ugo Gregoretti nello show “Pinocchio (mal)visto dal Gatto e la Volpe” – Fonte: Raicultura.it

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Addio ad Andrea Camilleri: successo, vita ed entusiasmo

Gela Le Radici del Futuro - Mer, 07/17/2019 - 14:15
Lezioni di vita dall’inventore di Montalbano

Dalla stampa nazionale:

ANDREA CAMILLERI, 1925-2019. Dialetto e umanità: così lo hanno capito tutti. Andrea Camilleri, il successo arrivato a 67 anni e i libri in 120 lingue: “dialetto per diletto” e umanità, così si è fatto capire in tutto il mondo.

Con lo scrittore siciliano se ne va una delle stelle di riferimento della letteratura contemporanea che da direttore di produzione in Rai fu “scoperto” all’età della pensione da Sellerio, arrivando a vendere oltre 10 milioni di copie. Con il suo “vigatese” (lingua pittoresca e standardizzata) è riuscito a farsi capire da chiunque, con il suo eloquio ipnotico ha vissuto una terza giovinezza nel suo agire pubblico e politico, da uomo di sinistra Camilleri sono.

Andrea Camilleri è morto. Avrebbe compiuto 94 anni il prossimo settembre. Se ne va una delle più popolari e maestose stelle della letteratura contemporanea, tradotta in 120 lingue, venduta in oltre 30 milioni di copie. Uno scrittore che con quel “dialetto per diletto” usato per il suo commissario Montalbano è diventato una pietra miliare della scrittura italiana. La lingua della propria regione trasformata in passepartout nazionale.

Il “vigatese”, dialetto standardizzato e italianizzato, proverbiale, pittoresco e continuamente spiegato. Con quei verbi appuntiti, gli aggettivi e sostantivi irruviditi, il miracolo linguistico Camilleri – il suo “italiano bastardo”, quel “flusso di un suono” – si è fatto case-study espressivo unico, prepotente e innegabile. Ben oltre la Ferrante-mania o le radicali genialità stilistiche di un Gadda. Camilleri si è fatto capire da chiunque. E parafrasando clandestinamente Alberto Moravia “abbiamo perso prima di tutto un romanziere, e di romanzieri ne nascono solo tre o quattro in un secolo”. Poi c’è l’invenzione del personaggio letterario. E qui forse c’è un pizzico in più di casualità nel successo che di furbesca premeditazione. Salvo Montalbano, commissario come Maigret, con una “o” aggiunta in omaggio al grande Manuel Vazquez Montalban e al suo Pepe Carvalho, omo di ciriveddro e d’intuito, è una figura cesellata a tutto tondo, alquanto burbero e spigoloso, con un passato che i lettori hanno imparato a scoprire pagina dopo pagina. Nulla di eccezionale, ma tutto di superlativo. Complice il faccione calvo di Luca Zingaretti in tv, e la regolarità con cui Camilleri e la sua saga edita da Sellerio hanno trascinato verso i piani alti delle vendite il giallo, Montalbano ha assunto il valore di archetipo letterario in mezzo ad un profluvio di epigoni più o meno maldestri, più o meno scopiazzati. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Davide Turrini)

  • LE DUE GRANDI LEZIONI CHE ANDREA CAMILLERI RICEVETTE IN VITA. La prima grande lezione che Camilleri ha ricevuto nella sua vita risale al 1949, precisamente quando stava sostenendo l’esame di ingresso per entrare come allievo regista all’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Lo scrittore racconta la storia con la sua voce calda e da fumatore accanito, spiegandoci e raccontandoci, parola dopo parola, la situazione. Dopo le due ore e mezza previste dalla prova, il giovane Camilleri consegna il compito e il maestro di regia Orazio Costa, dandogli la mano gli dice “Sappia che io non condivido nulla di ciò che ha scritto e detto in queste due ore. Arrivederla.

Di conseguenza, lo scrittore convinto di non essere stato ammesso, lascia l’alberguccio in cui alloggiava per andare a casa di un suo amico e girare Roma.

Quando giunge il giorno della partenza, passa da quell’alberguccio per controllare se fosse arrivata della corrispondenza per lui: due sono le missive, la prima da parte di suo padre per avvertirlo che fosse stato ammesso all’Accademia e la seconda che lo avvisa del fatto che le lezioni erano cominciate da sei giorni. Così quando Andrea Camilleri si presenta a scuola il professore di regia Orazio Costa gli domanda perché fosse arrivato solo quel giorno e lo scrittore: “Perché pensavo che non sarei mai entrato dato che lei mi disse che non condivideva”. “Alt” interrompe il professore: non condividere non significa che le opinioni o le idee dell’altro sono sciocche. Ed ecco la prima grande lezione: ascoltare sempre fino in fondo le ragioni dell’altro, anche se non le si condivideContinua a leggere (Fonte: LIBRERIAMO.IT)

  • CAMILLERI ATTRAVERSO LE SUE FRASI. Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour.

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT di Bruno Patierno)

Fonte immagine STYLE24.IT

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World Emoji Day

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 13:25

Secondo l’indagine condotta da Top Doctors in occasione del World Emoji Day che cade il 17 luglio, una persona su 2 ritiene che le emoticon rivestano un ruolo fondamentale nella creazione di connessione intellettuale e vicinanza emotiva tra due interlocutori.

Ogni anno il 17 luglio si festeggia il World Emoji Day, la giornata dedicata alle “faccine” che ogni giorno colorano le nostre conversazioni virtuali. In occasione della ricorrenza, Top Doctors ha condotto un’indagine per capire quanto gli italiani utilizzano le emoji e che importanza le stesse assumono nell’interazione digitale.

Stando ai risultati, la diffusione delle emoticon è massima: l’83% del campione le utilizza spesso o in ogni conversazione virtuale. Nonostante ci sia ancora qualche scettico, le emojii sono quindi ormai parte integrante delle interazioni online, al punto che, per buona parte degli interpellati, è consuetudine usarle anche nelle mail di lavoro.

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Foto di Pixaline da Pixabay 

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Addio ad Andrea Camilleri: successo, vita ed entusiasmo

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 13:00
Fonte: Fanpage.it

Dalla stampa nazionale:

ANDREA CAMILLERI, 1925-2019. Dialetto e umanità: così lo hanno capito tutti. Andrea Camilleri, il successo arrivato a 67 anni e i libri in 120 lingue: “dialetto per diletto” e umanità, così si è fatto capire in tutto il mondo.

Con lo scrittore siciliano se ne va una delle stelle di riferimento della letteratura contemporanea che da direttore di produzione in Rai fu “scoperto” all’età della pensione da Sellerio, arrivando a vendere oltre 10 milioni di copie. Con il suo “vigatese” (lingua pittoresca e standardizzata) è riuscito a farsi capire da chiunque, con il suo eloquio ipnotico ha vissuto una terza giovinezza nel suo agire pubblico e politico, da uomo di sinistra Camilleri sono.

Andrea Camilleri è morto. Avrebbe compiuto 94 anni il prossimo settembre. Se ne va una delle più popolari e maestose stelle della letteratura contemporanea, tradotta in 120 lingue, venduta in oltre 30 milioni di copie. Uno scrittore che con quel “dialetto per diletto” usato per il suo commissario Montalbano è diventato una pietra miliare della scrittura italiana. La lingua della propria regione trasformata in passepartout nazionale.

Il “vigatese”, dialetto standardizzato e italianizzato, proverbiale, pittoresco e continuamente spiegato. Con quei verbi appuntiti, gli aggettivi e sostantivi irruviditi, il miracolo linguistico Camilleri – il suo “italiano bastardo”, quel “flusso di un suono” – si è fatto case-study espressivo unico, prepotente e innegabile. Ben oltre la Ferrante-mania o le radicali genialità stilistiche di un Gadda. Camilleri si è fatto capire da chiunque. E parafrasando clandestinamente Alberto Moravia “abbiamo perso prima di tutto un romanziere, e di romanzieri ne nascono solo tre o quattro in un secolo”. Poi c’è l’invenzione del personaggio letterario. E qui forse c’è un pizzico in più di casualità nel successo che di furbesca premeditazione. Salvo Montalbano, commissario come Maigret, con una “o” aggiunta in omaggio al grande Manuel Vazquez Montalban e al suo Pepe Carvalho, omo di ciriveddro e d’intuito, è una figura cesellata a tutto tondo, alquanto burbero e spigoloso, con un passato che i lettori hanno imparato a scoprire pagina dopo pagina. Nulla di eccezionale, ma tutto di superlativo. Complice il faccione calvo di Luca Zingaretti in tv, e la regolarità con cui Camilleri e la sua saga edita da Sellerio hanno trascinato verso i piani alti delle vendite il giallo, Montalbano ha assunto il valore di archetipo letterario in mezzo ad un profluvio di epigoni più o meno maldestri, più o meno scopiazzati. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Davide Turrini)

  • LE DUE GRANDI LEZIONI CHE ANDREA CAMILLERI RICEVETTE IN VITA. La prima grande lezione che Camilleri ha ricevuto nella sua vita risale al 1949, precisamente quando stava sostenendo l’esame di ingresso per entrare come allievo regista all’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Lo scrittore racconta la storia con la sua voce calda e da fumatore accanito, spiegandoci e raccontandoci, parola dopo parola, la situazione. Dopo le due ore e mezza previste dalla prova, il giovane Camilleri consegna il compito e il maestro di regia Orazio Costa, dandogli la mano gli dice “Sappia che io non condivido nulla di ciò che ha scritto e detto in queste due ore. Arrivederla.

Di conseguenza, lo scrittore convinto di non essere stato ammesso, lascia l’alberguccio in cui alloggiava per andare a casa di un suo amico e girare Roma.

Quando giunge il giorno della partenza, passa da quell’alberguccio per controllare se fosse arrivata della corrispondenza per lui: due sono le missive, la prima da parte di suo padre per avvertirlo che fosse stato ammesso all’Accademia e la seconda che lo avvisa del fatto che le lezioni erano cominciate da sei giorni. Così quando Andrea Camilleri si presenta a scuola il professore di regia Orazio Costa gli domanda perché fosse arrivato solo quel giorno e lo scrittore: “Perché pensavo che non sarei mai entrato dato che lei mi disse che non condivideva”. “Alt” interrompe il professore: non condividere non significa che le opinioni o le idee dell’altro sono sciocche. Ed ecco la prima grande lezione: ascoltare sempre fino in fondo le ragioni dell’altro, anche se non le si condivide. Continua a leggere (Fonte: LIBRERIAMO.IT)

  • CAMILLERI ATTRAVERSO LE SUE FRASI. Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour.

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT di Bruno Patierno)

Fonte immagine STYLE24.IT

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Stop alle botticelle in città, solo nei parchi

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 12:30

Grazie a un nostro emendamento non sarà più consentito il servizio di piazza con animali, le cosiddette botticelle, se non all’interno di parchi o riserve naturali, o in caso di manifestazioni pubbliche di carattere religioso culturale, storico e di tradizione popolare. In questi casi resta in capo al Comune la facoltà di rilasciare la licenza. Potranno continuare a prestare servizio di piazza le slitte nelle località e nei periodi di tempo in cui ne è consentito l’uso”. Lo afferma il M5S in commissione Trasporti.

Ovviamente i Comuni – spiegano i deputati e le deputate M5S – che hanno una conoscenza specifica del territorio, tramite deliberazione di giunta, potranno riconvertire le licenze in altri titoli autorizzativi per servizi taxi e di noleggio con conducente. Tuteliamo così la sicurezza e il benessere degli animali utilizzati per il trasporto di piazza, ma anche l’incolumità delle persone e la sicurezza della circolazione stradale, garantendo al tempo stesso l’occupazione per gli operatori del settore. Il provvedimento, richiesto a gran voce da tanti cittadini e associazioni di settore, sarà in Aula già la prossima settimana per l’approvazione in prima lettura”.

Fonte “Stop alle botticelle in città, solo nei parchi” di ANSA.IT

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Camilleri attraverso le sue frasi

Gela Le Radici del Futuro - Mer, 07/17/2019 - 11:57

Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»

«Che paìsi era quello indove uno che era stato ministro e presidenti del consiglio ’na gran quantità di vote, aviva avuto riconosciuto in via definitiva, ma prescritto, il reato di collusione con la mafia e continuava a fari il senatore a vita?»

«Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.»

«In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia… Nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.»

«È il pensiero della morte che aiuta a vivere.»

Fonte articolo: https://www.peopleforplanet.it/camilleri-attraverso-le-sue-frasi/

Fonte immagine: www.flickr.com/

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Dai microchip al gore-tex: ecco come la “corsa alla Luna” ha generato una rivoluzione tecnologica

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 10:24

Potremmo definirla la “tecnologia arrivata dalla Luna” o meglio “grazie alla corsa alla Luna”. Sono almeno 30.000 i materiali e gli oggetti nati dagli studi e le applicazioni ideati per il programma Apollo nella lunga corsa allo Spazio. Molti sono ormai di uso comune nella vita quotidiana, come il gore-tex delle tute degli astronauti oggi utilizzato per le giacche a vento, il velcro che sostituisce bottoni e chiusure lampo, o ancora le gomme da masticare al fluoro e il rivestimento in teflon che rende le pentole antiaderenti.

L’impatto rivoluzionario dei microchip

Si calcola che per ogni dollaro dei circa 25 miliardi spesi negli anni Sessanta per il programma Apollo, le ricadute tecnologiche ne abbiano prodotti tre. Delle tecnologie nate dalla corsa alla Luna, alcune hanno avuto un impatto rivoluzionario, come quella alla base dei circuiti elettronici miniaturizzati: i microchip che hanno permesso di costruire i personal computer e che oggi sono alla base degli smartphone sono stati derivati direttamente dai computer di bordoutilizzati sia nel modulo lunare che nel modulo di comando delle missioni Apollo.

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Foto di Wilfried Pohnke da Pixabay 

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Camilleri attraverso le sue frasi

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 10:06

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»

«Che paìsi era quello indove uno che era stato ministro e presidenti del consiglio ’na gran quantità di vote, aviva avuto riconosciuto in via definitiva, ma prescritto, il reato di collusione con la mafia e continuava a fari il senatore a vita?»

«Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.»

«In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia… Nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.»

«È il pensiero della morte che aiuta a vivere.»

Fonte immagine: www.flickr.com/

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Brutti, sporchi e cattivi: puntata 2

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 09:02

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Milano sarà calda come Dallas Il clima e le città nel 2050

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 08:00

Fra trent’anni cammineremo su marciapiedi infuocati. L’asfalto di Corso Sempione a Milano o Piazza Castello a Torino in estate sarà incandescente quanto oggi le strade di Dallas, città del profondo Sud americano, dove si circola solo in auto con l’aria condizionata ai massimi. Il clima sarà subtropicale, caldo e umido. A Città del Vaticano, e nella circostante urbe romana, il termometro salirà anche di più ma la brezza marina allevierà la calura, proprio come avviene ora ad Adana, nella Turchia meridionale.

È il verdetto di uno studio pubblicato su Plos One che analizza quali impatti avrà la crisi climatica su 520 città del mondo da qui al 2050, creando paralleli allarmanti. Londra somiglierà meteorologicamente all’attuale Barcellona, Monaco di Baviera a Milano, Stoccolma a Budapest, Seattle a San Francisco, Madrid a Marrakech ed Edinburgo a Parigi.

Oltre tre quarti delle principali città del pianeta subiranno cambiamenti «sorprendenti» per temperatura e piovosità, avvertono i ricercatori dell’Università ETH di Zurigo. Ancor più grave, il 22 per cento delle metropoli, tra cui Singapore e Giakarta, soffriranno condizioni climatiche estreme, mai sperimentate prima al mondo. E tutto questo, avverte il professor Tom Crowther, in base a modelli di previsione che considerano un riscaldamento terrestre «moderato». Ovvero che le emissioni di CO2 si stabilizzino entro la metà del secolo.

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Il caso e la sfortuna non c’entrano. A causare i tumori è l’ambiente

People For Planet - Mer, 07/17/2019 - 07:00

La sfortuna non c’entra: l’insorgenza di un tumore non dipende dalla malasorte o dal caso. Un gruppo di studiosi dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Università Statale di Milano guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all’Università Statale di Milano, e Gaetano Ivan Dellino,  ricercatore, in collaborazione con i colleghi dell’Università Federico II di Napoli, ha scoperto che dietro a una delle alterazioni del Dna più frequenti e importanti per lo sviluppo del cancro, le traslocazioni cromosomiche, non ci sono il caso o la sfortuna, come ipotizzato fino a oggi, ma degli specifici input che le cellule ricevono dall’ambiente esterno, quest’ultimo condizionato a sua volta dall’ambiente in cui viviamo e dal nostro stile di vita.

Il cancro non si sviluppa per caso o sfortuna

I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Nature Genetics, sembrerebbero dunque rappresentare un primo colpo inferto al mito della casualità del cancro lanciato da Bert Vogelstein della Johns Hopkins Medical School (Baltimora, Stati Uniti), uno degli scienziati contemporanei più autorevoli, quando sulla rivista Science in tre studi pubblicati nel 2016, 2017 e 2018 sostenne come due mutazioni su tre nei tumori fossero dovute a errori casuali effettuati durante i meccanismi di replicazione del Dna delle cellule, e quindi inevitabili. Siccome queste mutazioni venivano considerate del tutto casuali, Vogelstein ha concluso i suoi studi sostenendo che avverrebbero in ogni caso, anche se il nostro pianeta fosse perfetto e i nostri stili di vita irreprensibili. Quindi non possiamo fare nulla per evitare di ammalarci di cancro: possiamo solo sperare che non tocchi a noi, contando sulla fortuna.

Le traslocazioni cromosomiche

Un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni, detti “geni del cancro” o “oncogeni”. Gli autori dello studio pubblicato su Nature Genetics spiegano che possono essere di due tipi le alterazioni presenti nei geni del cancro: le mutazioni, che causano piccoli cambiamenti della struttura di un gene, e le traslocazioni cromosomiche, che causano la fusione di due geni. «Le traslocazioni sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del DNA, ossia la rottura della doppia elica», spiega Dellino. Come per le mutazioni, gli studiosi pensavano che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare, come ipotizzato da Vogelstein. «Al contrario il nostro lavoro mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche. Studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma: possiamo prevedere quali geni si romperanno con una precisione superiore all’85%. Tuttavia solo una piccola parte di questi darà poi origine alle traslocazioni, cioè alla fusione di due geni rotti. La questione centrale, che cambia la prospettiva della casualità del cancro, è che l’attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall’ambiente nel quale si trovano le nostre cellule, e che a sua volta è influenzato dall’ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti, per esempio dal tipo di microbi con cui conviviamo, dalle sostanze che ingeriamo, ecc., non certo dalla sfortuna».

Non allentare sulla prevenzione

Le traslocazioni forse in futuro potranno essere usate come marcatore per identificare il rischio di sviluppare neoplasie o come bersaglio per mettere a punto farmaci che aiutino a prevenire il cancro. «Per ora non abbiamo capito esattamente quale sia il segnale che induce la formazione delle traslocazioni, ma abbiamo capito che proviene dall’ambiente. Ci stiamo lavorando», afferma Piergiuseppe Pelicci, coordinatore  dello studio dello Ieo e della Statale. Che spiega che, anche grazie a questo studio, la prevenzione in campo oncologico torna ad assumere un’importanza centrale: «Abbiamo dimostrato che non esiste una base scientifica che ci autorizzi a sperare nella fortuna per evitare di ammalarci di tumore. Anzi: ora abbiamo un motivo in più per non allentare la presa sulla prevenzione riguardo allo stile di vita, al tipo di mondo che vogliamo, ai programmi di salute che chiediamo al nostro servizio sanitario. E anche al tipo di ricerca scientifica che vogliamo promuovere».

Foto di Darwin Laganzon da Pixabay

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Ecco i potenziali tormentoni dell’estate 2019

People For Planet - Mar, 07/16/2019 - 21:20

Anche quest’anno li sentirete ovunque: sono quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire a settembre: le canzoni tormentone. Vediamo cosa ci riserva la musica estiva quest’anno

Qualcuno di voi è già al mare, lo capiamo dal fatto che sui social network le foto cominciano ad arrivare. Qualcun altro sta per partire, qualcuno lo farà tra qualche settimana o non lo farà proprio. In ogni caso, accesa la radio non avrete scampo: sarete stalkerizzati da quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire alle prime impressioni di settembre. Non è un caso che sia così, sono realizzati con questo scopo. Parliamo dei tormentoni estivi, le canzoni che vengono costruite appositamente per fare da colonna sonora delle vostre vacanze: che poi questa colonna sonora vi piaccia o no, ve la dovrete comunque sorbire (a meno di non cambiare stazione, spegnere la radio o saltare il brano in streaming).

Squadra che vince non si cambia, e in tanti, che hanno vinto l’estate scorsa, tornano a sfidarsi nell’agone del tormentone estivo. A volte, e perché non farlo, ripetendo la stessa formula. Ci sono dei veri specialisti, che sono ovunque, e partecipano alla sfida in più squadre. Nel mondo del tormentone tutto è collegato. Chi vincerà lo sapremo, come ogni anno, intorno a Ferragosto.

Come nei mondiali di calcio di una volta, in cui la partita inaugurale era appannaggio dei campioni in carica, iniziamo la nostra carrellata partendo dai vincitori della scorsa estate, che oggi sperano di rifare il colpaccio…

Jambo, Takagi & Ketra, Omi e Giusy Ferreri

House Music, elettronica e un pizzico di musica etnica ed esotismo. Più la voce roca e graffiante di Giusy Ferreri che, vi piaccia o no, è inconfondibile. Era la ricetta di Amore & Capoeira, il tormentone dell’estate scorsa, cantato a squarciagola anche dei bambini, ignari di cosa significasse quel “non dirmi buonanotte, almeno questa sera”. Takagi & Ketra ci riprovano, cambiando un ingrediente e aggiungendone un altro: in squadra entra anche Omi, che apre il pezzo con un rap, e, al posto del Brasile, c’è l’Africa. Che è solo lo sfondo della solita storia d’amore in terra esotica (“tra il cielo e la Savana tutto girava, Jambo Bwana dicevi tu guardando me”).

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Veterinario gratis per chi adotta animali nei canili

People For Planet - Mar, 07/16/2019 - 17:10

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie.

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie. La proposta – primo firmatario Marco Squarta (Fdi) seconda firmataria Carla Casciari (Pd) – è diventata legge: “In questa maniera – dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia – gli umbri che vivono in condizioni di fragilità potranno prendersi cura di un animale e allo stesso tempo si svuoteranno gradualmente le strutture che rappresentano un costo per le casse pubbliche e un impegno per i gestori. 

E’ un provvedimento di grande civiltà e dovrebbe essere esteso a livello nazionale”.  Il testo della legge prevede “l’erogazione delle prestazioni veterinarie gratuite, compresa la microchippatura e la sterilizzazione” degli animali, per i loro nuovi padroni “in situazione di svantaggio economico” oppure disabili. Nelle nuove disposizioni in materia di sanità e servizi sociali rientrano anche i cani e i gatti “impiegati negli interventi assistiti con animali” ossia quelli utilizzati per la pet therapy.“

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Neofascisti italiani e mercato nero dei missili in Ucraina

People For Planet - Mar, 07/16/2019 - 15:29

«Ho un missile aria-aria di fabbricazione francese da vendere. Ti interessa?». A scrivere è Fabio Del Bergiolo, 60 anni, ex ispettore delle Dogane in servizio a Malpensa, candidato al Senato nel 2001 per Forza Nuova nel collegio di Gallarate. Il destinatario del messaggio intercettato via WhatsApp dalla Digos di Torino è un combattente italiano reduce del Donbass.

La notizia dell’operazione della polizia coordinata dalla procura torinese che ha portato all’arresto di tre persone per detenzione e posta in vendita di arsenali militari e armi da guerra sta facendo il giro dei giornali nazionali. Pistole, in prevalenza di produzione austriaca, tedesca e statunitense trovate sotto il letto dell’ex aspirante senatore Del Bergiolo. Ma anche fucili d’assalto tipo «bullpup» Steyr Aug, Colt M16 in dotazione all’esercito Usa, una Steyr Mannlicher usata dai Gis dei carabinieri. E un moschetto Carcano 91, del tutto simile a quello utilizzato da Lee Oswald per uccidere John Fitzgerald Kennedy. Un pezzo d’antiquariato che inserito in un contesto fatto di svastiche e monili nazi-fascisti assume un valore quantomeno simbolico.

Agli agenti dell’antiterrorismo De Bergiolo ha confessato il piano di vendita del missile: «Sono amico di Alessandro Monti, per motivi lavorativi, commercializzando aerei. Alcuni mesi fa mi ha detto di avere un contenitore con dentro un missile e che gli serviva la mia consulenza per venderlo». In un magazzino di Oriolo, nei pressi di Voghera, Del Bergiolo ha visionato l’arma. «Abbiamo aperto il portellone e fatto scivolare fuori la testata». Ha scattato delle foto e ha stimato un prezzo, come usa fare ogni consulente: tra i 450 e 500 mila euro. Poi il missile, fatto arrivare in Italia lungo un percorso ancora ignoto, è stato trasferito a Rivanazzano Terme.

Elementi a sufficienza per destare la preoccupazione di chiunque. Difficile immaginare la pioggia di dichiarazioni se dietro l’arsenale ci fosse stata una qualche cellula anche lontanamente collegata a islamici, immigrati, ong, Soros, e via dicendo. Dal Governo però tutto tace, solo Matteo Salvini, poche ore fa da Genova, sulla questione ha detto: «L’ho segnalata io, sono contento di essere stato utile a trovare dei missili. Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano quotidianamente di cui non faccio pubblicità ma questa volta i servizi segreti parlavano di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita. Penso di non aver mai fatto niente di male agli ucraini ma abbiamo inoltrato la segnalazione e non era un mitomane. Sono contento sia servito a scoprire un arsenale di qualche demente». Peccato che, a detta della stessa procura, la pista dell’attentato contro Matteo Salvini si sia rivelata da subito un vicolo cieco senza «consistenza investigativa».

Un manipolo di neofascisti “isolati”, dunque, possedeva un arsenale militare. Cosa potevano mai farsene? Immetterlo nel mercato nero, ad esempio. Un mercato illecito di armi tutt’altro che piccolo e con piazza l’Ucraina, specie la regione del Donbass dove si consuma la battaglia silenziosa della Russia.

Nel corso della Guerra Fredda l’Ucraina produsse per l’Unione Sovietica i missili più avanzati (tra cui gli SS-18) e continuò a farlo anche dopo il crollo dell’URSS. La fabbrica di Yuzhmash è stata uno dei principali fornitori della Russia fino alla deposizione dell’ex presidente filo-russo dell’Ucraina Viktor Yanukovych e la conseguente frattura commerciale con la Russia. La fabbrica, in forte crisi, ha così iniziato a vendere armi tramite i canali del mercato nero. Un mercato internazionale frequentato da acquirenti illustri, almeno stando a un report pubblicato ad agosto 2017 dall’International Institute for Strategic Studies (IISS).

Michael Elleman, esperto in difesa missilistica presso l’IISS e autore del report, ha indicato la fabbrica di missili Yuzhmash nella città ucraina di Dnipro come uno dei più accreditati fornitori della Corea del Nord, il cui progresso nei test dei missili balistici si spiega solo con l’ipotesi che abbia acquistato tecnologie militari dall’estero. Traffici ingenti dove non si esclude la presenza attiva di frange dell’estrema destra italiana, rispetto alla quale lo Stato italiano dovrebbe alzare il livello di guardia. «Il materiale sequestrato – ha spiegato il questore di Torino Giuseppe De Matteis – merita la massima attenzione. È un’operazione che ha pochi precedenti investigativi in Italia».

È di criminalità e fondi illeciti che vivono le cellule estremiste, comprese quelle di estrema destra, non certo di «Dio, Patria e famiglia».

Photo Credit: www.tpi.it

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L’insostenibile peso ecologico dell’avocado

People For Planet - Mar, 07/16/2019 - 12:15

Non c’è ristorante cool che non lo serva e non c’è alcun blog di cibo vegano che non lo consigli: è l’ avocado la star indiscussa la cucina degli ultimi anni.

Reso popolare solo pochi anni fa negli Stati Uniti dagli immigrati di origine sudamericana, il frutto miracoloso ha velocemente varcato l’Atlantico, spopolando anche da noi.

Eppure, a dispetto delle tante proprietà nutrizionali, l’avocado cela un lato oscuro, fatto di sfruttamento delle comunità che lo producono e di danni irreparabili alla biodiversità.

Tutto comincia in Messico

Il principale produttore mondiale di avocado è il Messico, e in particolare lo Stato di Michoacàn, situato nella parte centrale del Paese e affacciato sul Pacifico.

Qui sorgono la maggior parte delle piantagioni ma, in questa stessa zona, sono anche presenti preziose foreste di conifere, che vengono abbattute a ritmi vertiginosi per lasciare spazio alle piante di avocado.

«Per soddisfare la crescente domanda di avocado gli agricoltori espandono sempre di più le piantagioni, anche a costo di abbattere alberi secolari – spiega Greenpeace -. Per crescere, l’avocado necessita di grandi quantità d’acqua, molta più di quella che servirebbe alla foresta. L’acqua viene, quindi, prelevata dai fiumi circostanti e dal sottosuolo, a scapito delle popolazioni e della fauna locali, che devono affrontare anche un ulteriore insidioso problema: la contaminazione delle falde acquifere a causa dall’utilizzo di insetticidi e fertilizzanti».

Le comunità locali sono tra due fuochi: da una parte la volontà di aumentare i profitti coltivando il frutto tanto richiesto e, dall’altro, la consapevolezza di fomentare un sistema agricolo del tutto insostenibile.

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Chiesa del Carmine

Gela Le Radici del Futuro - Mar, 07/16/2019 - 12:04

La Chiesa del Carmine di Gela, che si affaccia sull’antistante piazza Roma, è dedicata alla Madonna del Monte Carmelo e risale probabilmente al 500′.

Fu edificata assieme all’attiguo convento, dai PP. Carmelitani.

Essa presenta un’unica navata con campanile postero-laterale, dieci finestre laterali, sui cui vetri si trova istoriata una croce e otto cappelle con altari.

La torre campanaria ha una cuspide rivestita da mattonelle di maiolica.

In origine c’era il vecchio campanile a cupoletta danneggiato dall’ultima guerra.

L’architettura ella chiesa è semplice nello stile, con capitelli in stucco.

Sul pavimento della chiesa, dopo l’ingresso, vi è un riquadro con su scritto” CAN.ROSARIO DAMAGGIO FECE NEL 1938”.

Sul soffitto della navata si osservano due riquadri con decorazioni in stucco e una tela dove è raffigurata la scena della “ Tempesta sedata”.

Sul lato destro troviamo un’acquasantiera di marmo del 1571, con vasca sul cui bordo vi è raffigurato lo stemma dei carmelitani.

Negli interni dell’edificio religioso esistono diverse pale dipinte del 1700.

Sul lato destro: i dipinti “i Santi Carmelitani e “ San Giuseppe” e le statue di San Rocco e della Madonna del Carmine.

Tra la terza e la quarta cappella, un pulpito in legno realizzato da Baldassare Accomando, artista locale.

Sul lato sinistro: i dipinti “Martirio di San Lorenzo “ e “ L’Annunziata” e poi la statua  cuore di Gesù.

E’ particolare un dipinto su tavola, su fondo oro, della Crocifissione (forse l’opera d’arte più pregiata della chiesa), raffigurante Cristo in croce, la Madonna e San Giovanni. Questa tavola veniva usata per chiudere la custodia del Crocifisso di carta pesta.

Vi è poi un organo del 1917 con 9 registri e infine una statua del XV secolo in cartapesta del Crocifisso, nella cappella centrale.

La storia miracolosa del Crocifisso

Il Crocifisso è in stile bizantino, dipinto in nero ebano, adagiato su uno strato di bambagia, in un tabernacolo di legno con cornice dorata.

Nel 1602 si dice, cominciò a trasudare sangue e acqua per cinque giorni.

L’evento stupì tutti ed ebbe talmente tanto clamore che richiamò i religiosi e laici di tutta la Sicilia. Per accertarsi che l’evento accaduto fosse reale, si decise di appoggiare la statua su di un letto di cotone e chiuderlo in una stanza.

Dopo qualche giorno si vide che il cotone era inzuppato di sangue.

E’ per questo motivo che è tuttora ritenuto dalla popolazione gelese, un simulacro miracoloso e venne allora eletto patrono della città.

Oggi continua ad essere oggetto di venerazione ed è celebrato l’11 gennaio.

Sotto tale statua vi è un dipinto con cornice a raggera che raffigura L’Addolorata, mentre ai lati si notano due angioletti in legno dorato. Sulla volta della cappella vi sono affreschi che raffigurano lo Spirito Santo, angeli, l’apparizione della Madonna del Carmine al papa Onorio III, e infine l’apparizione della Madonna a San Simone Stock. Sul pavimento vi è un riquadro raffigurante lo stemma dei carmelitani, un monte con la croce e tre stelle.

Al lato sud della chiesa, c’è un giardinetto.

Si ringrazia Cerniglia per le foto.

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Quadro Madonna d’Alemanna

Gela Le Radici del Futuro - Mar, 07/16/2019 - 11:51

L’ 8 Settembre a Gela , si celebra la Madonna dell’Alemanna, patrona della città a partire da quando nel 1450 è stato trovato un quadro che raffigurava la Madonna in stile bizantino. Nel punto esatto del ritrovamento fu innalzata in suo onore una chiesa chiamata Santuario di Maria SS. Dell’Alemanna.

L’icona bizantina fu portata a Gela dai Cavalieri dell’ordine Teutonico i quali hanno da sempre praticato il culto in onore di Maria SS.D’Alemanna.

I racconti popolari tramandati di generazione in generazione parlano del rinvenimento del quadro raffigurante Maria SS.d’Alemanna come di un evento miracoloso.

La storia del ritrovamento miracoloso del quadro dell’Alemanna comincia Intorno al 1476, quando un contadino, mentre arava la terra come di consueto,

si accorse che i suoi buoi facevano fatica ad andare avanti e si fermavano.

Il contadino, pensando che sotto il terreno c’era qualche ostacolo da rimuovere, si mise a scavare in fretta, fin quando scorse con sorpresa che in realtà le sue mani cominciavano a tirar fuori una tavola dipinta raffnigurante l’effige della Beata Vergine.

Quando il contadino estrasse dal terreno l’intero quadro, si accorse che i due buoi si inginocchiarono.

Questa tavola fu sotterrata in quel punto dai Cavalieri Teutonici durante le incursioni saracene, nei secoli XIV e XV in una buca vicino l’altare dell’antica chiesetta omonima.

La Madonna dell’Alemanna è diventata così la patrona della città perché i gelesi attribuiscono ad essa due avvenimenti significativi: lo scampato pericolo dal terremoto del 1693 e l’incolumità durante il violento bombardamento navale del 10 luglio 1943.

 

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Come veniva coltivato il cotone?

Gela Le Radici del Futuro - Mar, 07/16/2019 - 11:45

La coltura del cotone in molte aree della Sicilia, in passato, era in forte sviluppo. Nel 1957 la si praticava su una superfice totale di quasi 35.000 ettari, di cui 14.500 nell’agrigentino ed il resto quasi completamente nella piana di Gela.

Proprio la cittadina nissena, durante la guerra di secessione americana, ospitò le prime piantagioni dell’isola; nel 1864 le distese di cotone superavano i 12.000 ettari, e non pochi produttori gelesi esportavano il prodotto sino a Malta.

Non per nulla Gela venne denominata “la madre del cotone in Italia”.

Dopo una prima crisi produttiva tra le due guerre mondiali, la breve epopea del cotone siciliano – complice la diffusione delle fibre sintetiche – si avviò verso il tramonto agli inizi degli anni Sessanta.

Fu in quel periodo che il ‘Cotonificio Siciliano’ chiuse i battenti, relegando questa lavorazione industriale negli archivi della storia manifatturiera dell’isola.

Oggi, l’unica testimonianza dell’epopea del cotone siciliano è affidata ai relitti di alcune attrezzature di lavoro, tristemente abbandonate.

Ma vediamo quali erano le procedure che portavano alla faticosa lavorazione del cotone.

Si cominciava il mese di febbraio, primi di marzo, con ripetute arature sul terreno destinato alla semina del cotone. I sacchi che contenevano i semi di cotone venivano messi a bagno nell’acqua per quattro ore e poi ricoperti con un telo, così se ne manteneva la temperatura nella fase di fermentazione.

I semi venivano messi a dimora in fossette profonde di 12 centimetri e tra di loro distanti circa 40 centimetri.

La raccolta veniva effettuata quando il cotone era bene maturo, cioè verso la fine del mese di agosto, inizio settembre.

File di uomini si recavano in campagna e procedevano per raccogliere il cotone alle tre del mattino (per poter lavorare meglio) tenendo legata la cintola al sacco e spogliando le piante dai candidi e morbidissimi fiocchi che sbucavano dalle capsule dischiuse.

I braccianti agricoli cercavano di riempire i sacchi il più possibile per poter guadagnare di più ma il massimo che potevano riempire era un quintale.

Il cotone che dopo il raccolto ha troppa umidità per essere immagazzinato, doveva essere steso al sole in sottili strati spesso rivoltati sopra superfici non terrose.

I proprietari consegnavano il raccolto all’ ammasso obbligatorio, dove oltre ad essere pesato, veniva anche esaminato e classificato secondo le quattro categorie qualitative, dall’ispettore provinciale dell’agricoltura.

Otto stabilimenti con un complesso di circa duecento macchine sgranatrici, eliminavano quindi i semi, ulteriore materia prima per l’estrazione di un ottimo olio.

Gela vantava ben tredici opifici e stabilimenti per la sgranatura del cotone che qui elenchiamo:

1) Società Cotoniere Siciliana

2) Mulino Tutti i Santi

3) Mulino Gela

4) Ente Fibre Tessili

5) Mulino Pinta

6) Opificio Liardi

7) Opificio Psaila

8) Opificio Favitta

9) Opificio Tanturella

10) Opificio Bresmes

11) Mulino Pellegrino

12) Opificio SILDA

13) Opificio Baiocchi

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Chi è Ursula von der Leyen e cosa può succedere con il voto di oggi a Strasburgo

People For Planet - Mar, 07/16/2019 - 11:36
Fonte:
La Repubblica

Commissione Ue, il giorno del voto per Ursula von der Leyen. La ministra tedesca della Difesa, Ursula von der Leyen, candidata designata dai Ventotto alla presidenza della Commissione europea, si sottoporrà al voto del Parlamento di Strasburgo. (Video in diretta: REPUBBLICA.IT)

Dalla stampa nazionale:

VON DER LEYEN, COME FUNZIONA IL VOTO DI OGGI E COSA PUÒ SUCCEDERE DOPO. (…) È il giorno del giudizio per Ursula von der Leyen . La ministra tedesca della Difesa, indicata dal Consiglio europeo come presidente della Commissione, dovrà passare dal voto del Parlamento nella seduta del 16 luglio. L’Eurocamera, riunita in plenaria a Strasburgo, esprimerà il suo verdetto tra le 18 e le 20, dopo il discorso tenuto da von der Leyen nella stessa mattinata di martedì. In caso di via libera dell’assemblea, la donna politica tedesca potrà passare agli step successivi per la scelta dei commissari e la formazione dell’esecutivo comunitario. In caso contrario, come ironizzano alcuni a Strasburgo, «saltano le ferie»: il Consiglio europeo, l’istituzione che riunisce i capi di Stato e Governo della Ue, dovrà rimettersi al lavoro per selezionare una nuova figura in tempi stretti. In quel caso l’Europarlamento dovrebbe tornare al voto a settembre, dopo la pausa estiva in calendario ad agosto.

Come funziona l’elezione in Parlamento e cosa può succedere? Dopo la scelta del Consiglio, avvenuta con voto a maggioranza qualificata, il presidente passa al vaglio degli eurodeputati. Il via libera scatta in caso di maggioranza, cioè la metà più uno dei parlamentari. In teoria il margine richiesto sarebbe di 376 eurodeputati su 751. Von der Leyen avrà bisogno “solo” di 374 voti su un totale di 747 parlamentari, visto che mancano all’appello tre eurodeputati catalani esclusi dal Parlamento e il danese Jeppe Kofod, nominato ministro a Copenaghen e in attesa di essere sostituito). Il voto è a scrutinio segreto. In caso di esito favorevole, von der Leyen porterà avanti la procedura per l’insediamento della Commissione entro i termini stabiliti. In particolare, il neo-presidente sceglie insieme al Consiglio «l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione», a propria volta sottoposte a un processo di selezione di fronte all’Eurocamera. E in caso di esito negativo? Se von der Leyen resta al di sotto della soglia necessaria, il Consiglio è obbligato a individuare entro un mese un nuovo candidato, sottoponendolo alla stessa procedura con l’Eurocamera. Continua a leggere (Fonte: ILSOLE24ORE.COM)

  • Ue, Von der Leyen: “Se Europa fosse donna sarebbe Simone Veil. Io nemica di chi vuole indebolire l’Unione” Riferendosi agli investimenti per un’economia senza emissioni di co2, Von der Leyen aggiunge che “dobbiamo avere un’economia forte perchè se vogliamo spendere prima occorre guadagnare“.

Ampio il suo discorso, che spazia su più punti: “Intendo realizzare una perfetta parità di genere nella prossima Commissione. Se i governi non presenteranno un numero sufficiente di candidati donne non esiterò a chiedere altri nomi”. E sulla Brexit dice di essere disposta a una “possibile proroga del deadline previsto”. Ma afferma che per lei “una cosa solamente è importante: l’Europa va rafforzata e chi la vuole fare fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolire questa Europa troverà in me una dura nemica”.

Intervenendo a Strasburgo Von der Leyen dice anche che presenterà “un accordo verde per l’Europa nei primi cento giorni del mio mandato”. “Una delle sfide pressanti” per l’Ue “è mantenere il pianeta sano. È la più grande responsabilità e opportunità del nostro tempo”, ha sottolineato von der Leyen. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT)

  • Chi è Ursula von der Leyen, tra molta politica e tanta famiglia. Madre di sette figli e attuale ministro della difesa della Germania, è al governo con Merkel sin dall’inizio della sua “era”.

Ursula Gertrud von der Leyen, è il nome completo della candidata designata dal Consiglio alla presidenza della Commissione Ue, che se approvata dal Parlamento europeo, diventerà la prima donna ad assumere la massima carica dell’Unione europea. Ministro della difesa in Germania, membro dell’Unione Cristiano Democratica tedesca (CDU) e appartenente al Partito popolare europeo, von der Leyen è molto vicina alla cancelliera Angela Merkel.

Ursula Albrecht, questo il suo nome alla nascita, prima che prendesse quello del marito, nasce nel 1958 a Ixelles, comune della città di Bruxelles, dove suo padre Ernst Albrecht è stato uno dei primi funzionari europei dal 1958. Prima di trasferirsi ad Hannover in Germania, quando suo padre ha iniziato a ricoprire il ruolo di Primo ministro della Bassa Sassonia, von der Leyen ha trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio (…)

Iscritta alla CDU fin dal 1990, la sua carriera politica inizia nel 2001, quando ottiene un mandato locale presso la regione di Hannover, che abbandonerà tre anni dopo, perché il 4 marzo 2003, a seguito della vittoria di Christian Wulff e la sua seguente nomina a Presidente della regione,  von der Leyen diventa ministro degli Affari Sociali, delle Donne, della Famiglia e della Salute della Bassa Sassonia.

Due anni più tardi, nel novembre del 2005, entra a far parte del governo federale tedesco, scelta dalla Cancelliera Angela Merkel per diventare ministro della Famiglia, Anziani, Donne e Gioventù della Germania, ruolo che ricoprirà fino al 2009. (…) Leyen (2009) viene nominata Ministro del lavoro e degli affari sociali della Germania e poi nel 2013 ministro della Difesa tedesca diventando così la prima donna a occupare tale incarico, che ricopre ancora oggi.

Ha sempre avuto problemi con i suoi compagni di partito più conservatori, a causa delle sue posizioni avanzate ad esempio in sostegno delle coppie gay. Dopo l’esplosione della crisi greca invece fece spaventare quelli più a sinistra, mostrando posizioni estremamente dure contro il Pese mediterraneo, ben oltre, si racconta, di quelle dei falchi più aggressivi. Continua a leggere (Fonte: eunews.it)

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