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Aggiornato: 2 ore 38 min fa

Con il CompoSharing il compostaggio domestico diventa facile

12 ore 14 min fa

Condivisione di attrezzature ed esperienze per incrementare il compostaggio domestico e ridurre i rifiuti: è ciò che si può riassumere nella parola “Composharing”.
Nella provincia di Parma, in particolare nei comuni di Mezzani, Sissa Trecasali e Sorbolo, è attivo infatti un servizio di n condivisione del compostaggio domestico per riciclare l’organico e in particolare i “rifiuti verdi”, ramaglie e potature.
Nei tre comuni si producono ogni anno circa 3.500 tonnellate di rifiuti verdi, che potrebbero essere in buona parte intercettati dal compostaggio domestico. Oggi in Italia vengono raccolti, trasportati e smaltiti tre milioni di tonnellate di rifiuti verdi: una cifra che con il composharing potrebbe venire drasticamente ridotta.
L’idea è semplice: dare supporto formativo a chi decide di fare il compostaggio nel proprio giardino e mettere in condivisione le attrezzature necessarie al suo trattamento, come il trituratore, troppo costoso per un singolo nucleo familiare.
Ogni famiglia che si iscrive al servizio, gratuito per i residenti dei tre comuni, ha diritto a un corso di formazione e a una consulenza, a un kit per il compostaggio, alla triturazione delle ramaglie e alla setacciatura del compost, alle analisi e all’eventuale aggiunta di integratori e attivatori per migliorare il processo.
Il compostaggio domestico è un perfetto esempio di economia circolare: consente di “chiudere il cerchio” trasformando i rifiuti verdi in terriccio utile per il proprio giardino e il proprio orto, anziché riempire di rifiuti i cassonetti e i centri di raccolta.

Fonti:
https://www.composharing.it/
http://comunivirtuosi.org/composharing-a-sorbolo/

 

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Chi si ricorda di Berlusconi che piangeva per gli albanesi?

17 ore 50 min fa

Era il 1997 e al Governo c’era Romano Prodi quando avvenne la tragedia di Otranto.

Silvio Berlusconi a quel tempo stava all’opposizione, si recò a far visita ai superstiti della motovedetta albanese con a bordo 120 clandestini speronata da Sibilla, la corvetta della Marina militare italiana. L’imbarcazione avrebbe dovuto svolgere un’operazione di contenimento degli espatri clandestini. Nel gergo marinaresco questo tipo di intervento viene chiamato “operazione di dissuasione” (harassment) oppure con un’espressione che sembra uscita dal manifesto di Tommaso Marinetti, o da un romanzo di Michel Houellebecq: “azione cinetica di disturbo”.

L’azione fu molto, troppo cinetica: morirono 104  persone, 24 corpi non furono mai ritrovati. 31 avevano meno di 16 anni. Come si chiamano le persone che muoiono in mare nel tentativo di attraversarlo? Clandestini? In questo caso, albanesi? Sarebbe appropriato fare come ha fatto Alessandro Leogrande, che nel suo libro le ha elencate per nome e cognome, ma per economia espressiva ci limiteremo a chiamarle per quello che erano: persone.

Nella trascrizione delle comunicazioni a bordo della corvetta della Marina militare italiana la nave albanese viene chiamata “bersaglio”.

Subito dopo l’incontro con i superstiti Berlusconi dichiarò in diretta che in un Paese democratico era indegno respingere in mare persone arrivate fin qui “per poter lavorare e potersi affermare”, e pianse. Sincero o no poco importa, pianse. L’episodio commosse tutti. Alcuni, italiani e albanesi, piansero anche nei giorni seguenti. Prodi, che pure espresse cordoglio a titolo istituzionale e personale, rilasciò una dichiarazione, riportata solo nel 2013 dalla trasmissione televisiva Ballarò:

“La sorveglianza dell’immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire”.

Namik Xhaferi, al comando della Katër i Radës, colpevole di avere agito scorrettamente senza adeguarsi alle richieste e alle intimidazioni della corvetta italiana, fu inizialmente condannato a 4 anni di carcere, poi ridotti in appello a 3 anni e 10 mesi e infine a 3 anni e 6 mesi in Cassazione. Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, nonostante la testimonianza del capitano di bordo Angelo Luca Fusco, fu all’inizio condannato a 3 anni, ridotti in a 2 anni in Cassazione.

Nella sua carriera politica Berlusconi ha detto tutto e il contrario di tutto, e il punto non è rivalutarne a posteriori la caratura morale. Da un quarto di secolo, con alterne vicende, il suo partito è stato alleato con la Lega.

Lo scorso 4 luglio Matteo Salvini, che della Lega ha scelto di rimanere segretario, in qualità di Ministro degli Interni ha indirizzato una circolare alla commissione per il diritto d’asilo, ai prefetti e ai presidenti delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, in cui chiede che venga ridotta la “protezione umanitaria”. Introdotta in Italia nel 1998, caso vuole a quasi un anno esatto dalla tragedia di Otranto, la protezione umanitaria concede un titolo di soggiorno alle categorie più deboli di rifugiati: bambini, donne incinte, malati, vittime di violenze e detenzioni arbitrarie, come succede nei campi di concentramento libici.

Tornando alle lacrime di Berlusconi, abbandonato ogni intento di nobilitazione nei suoi confronti, risulta interessante fare un confronto con oggi, perché, oggi, nessuno piange. Anche all’opposizione sono sempre più fioche, e incerte, le voci di chi continua a invocare accoglienza, o semplicemente difendere il diritto di ciascun individuo a rivendicare una vita migliore, a “potersi affermare”. Tutt’al più si vede ogni tanto Graziano Del Rio ospite da Giovanni Floris o da Lilli Gruber riaffermare la bontà dell’operato dell’ex Ministro degli Interni Marco Minniti.

In Italia e nel mondo la narrazione prevale ormai sui fatti. Le parole, le percezioni, e i modi con cui le prime condizionano le seconde, da sempre incidono sulla realtà; oggi però la narrazione politica è diventata abilissima a sfruttare questo fenomeno comune. Basti pensare alla scarsa popolarità di cui godono i grafici e le statistiche. Nessuno si interessa dei dati, la percezione ha la meglio. Non importa se i dati reali mostrano che non è in atto nessuna invasione, la percezione del nord africano che elemosina fuori dal supermercato è più reale, più invasiva.

La storia dei bambini intrappolati nella grotta in Thailandia ha tenuto col fiato sospeso il mondo intero. L’operazione di salvataggio è stata costosa, pericolosa, un uomo è morto per salvarli. Erano 12 bambini e il loro allenatore, un numero esiguo se rapportato alla popolazione che muore ogni millesimo di secondo, ogni giorno. Al riparo da narrazioni politiche, provare empatia per degli sconosciuti, e versare lacrime – di coccodrillo, di caimano, di essere umano, che importa? – è stata un’azione naturale.

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25 fondi di investimento chiedono alle big del food di tagliare l’uso della plastica

Mar, 07/17/2018 - 10:44

Il modo migliore perché una grande società adotti cambiamenti radicali è quando a chiederlo sono gli investitori. E’ questa la strategia di As You Sow, una noprofit che è riuscita nell’impresa di convincere 25 fondi di investimento a chiedere alle grandi multinazionali del settore food, ma non solo, di ridurre il loro consumo di plastica.

As You Sow, una ONG californiana che fa leva sulla responsabilità sociale di impresa, ha chiesto a 25 investitori (che controllano asset per mille miliardi di dollari) di scrivere a Nestlé, PepsiCo, Procter&Gamble e Unilever perché riducano il loro consumo di plastica. Tra i fondi giganti del calibro di Hermes Investment Management, Impax Asset Management, NEI Investments e Walden Asset Management.

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Il Recycled Park di Rotterdam

Mar, 07/17/2018 - 10:07

 

Più di 92 metri quadrati di rifiuti destinati a inquinare l’oceano sono stati recuperati per farne un uso diverso e più ecologico: il 4 luglio la Recycled Island Foundation ha infatti aperto al pubblico il suo prototipo, un parco galleggiante nato dal riutilizzo della plastica e denominato, appunto, Recycled Park. Secondo un rapporto commissionato dal Ministero olandese delle Infrastrutture e dell’Ambiente, oltre 1.000 metri cubi di rifiuti di plastica vengono trasportati ogni anno lungo il fiume Mosa e nel Mare del Nord: le materie plastiche provengono da discariche, agricoltura, fogne e navigazione interna. Invece di lasciare che la plastica raggiunga l’oceano, la Recycled Island Foundation assieme a 25 partner ha dunque creato il Recycled Park: uno spazio pubblico a Rotterdam costituito da piattaforme galleggianti realizzate con rifiuti di plastica riciclata.

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Il caldo ci rende più stupidi?

Mar, 07/17/2018 - 04:08

Se con l’inizio dell’estate vi è capitato di fare cose strane, sbagliare strada per tornare a casa o dimenticare importanti documenti di lavoro, non allarmatevi: secondo gli esperti è colpa del caldo!

Da uno studio recentemente pubblicato sul Plos Medicine sembrerebbe essere dimostrato che il calore altera le nostre abilità cognitive. Abituati alle puntuali raccomandazioni che giungono con le prime manifestazioni dell’estate da parte di media, dottori e familiari verso le categorie più vulnerabili, pochi studi hanno mai indagato gli effetti del caldo su persone giovani e in salute. Oggi possiamo dire di avere una prova empirica e una scusante alle nostre sviste per i mesi di afa e sudore.

L’esperimento

Il periodo estivo del 2016 è stato ricordato come uno degli anni più caldi di sempre in tutto il mondo. Approfittando di questo record un team di ricercatori coordinati da Jose Guillermo Cedeño-Laurent e guidati dal dipartimento di Salute Pubblica di Harvard (Harvard T.H Chan School of Public Health) ha indagato, per il periodo compreso dal 9 al 20 luglio, su come le alte temperature condizionano le capacità cognitive di persone giovani e sane.

“Di solito quando si studiano gli effetti del caldo, si considerano le categorie più a rischio per la salute, vale a dire bambini, anziani e ammalati. Il nostro, invece, è il primo studio che si focalizza sui ventenni sani. Inoltre in genere si studiano gli effetti del caldo all’aperto. Ma il 90% degli adulti americani passa il tempo al chiuso e bisognava capire cosa succede a casa e in ufficio” spiega Jose Guillermo Cedeño-Laurent

Il test ha preso in esame e diviso in due gruppi 44 studenti ventenni di Boston: il primo gruppo è stato collocato in un dormitorio moderno dotato di aria condizionata, il secondo presso un edificio costruito in anni meno recenti e privo di condizionatori. Durante i 12 giorni di analisi, agli studenti è stato chiesto di eseguire alla mattina appena svegli due semplici test direttamente dal loro smartphone. Un test richiedeva di identificare rapidamente di che colore erano le parole che apparivano sullo schermo, l’altro test consisteva nella risoluzione di problemi matematici di base.

I risultati parlano chiaro: durante i giorni più caldi, gli studenti senza aria condizionata sono stati più lenti nel test dei colori impiegando il 13,4% di tempo in più rispetto all’altro gruppo di studio e hanno fatto più errori nei test di matematica, ottenendo in media punteggi del 13,3% più bassi rispetto al gruppo dei giovani refrigerato dai condizionatori. Gli studiosi si sentono di affermare che esiste un evidente calo delle funzioni cognitive quando si è sottoposti ad alte temperature.

Emerge un altro importante problema che riguarda tutti noi: le ondate di calore nel susseguirsi degli anni sono più calde e frequenti a causa dei cambiamenti climatici con il conseguente riscaldamento a livello globale. Studi come questo evidenziano l’enorme rischio che tutta la popolazione corre se non si ha un cambiamento di rotta a partire dalle nostre azioni quotidiane. I deficit di funzione cognitiva, sottolineano gli studiosi, “si estendono a settori più ampi della popolazione e possono avere implicazioni significative sul livello di istruzione, produttività economica e sicurezza sul lavoro”.

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A Benevento c’è una casa Nzeb… cosa significa?

Mar, 07/17/2018 - 02:11
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Presentazione EcoFuturo 2018 (Padova, 18-22 luglio)

Lun, 07/16/2018 - 15:49

 

Il tema di EcoFuturo 2018 è:

CIODUE: come rimetterla in equilibrio tra cielo e terra
L’anidride carbonica che sta climalterando il pianeta Terra è un disastro ma è anche una risorsa fino ad ora male utilizzata. Troppa in cielo e troppo poca in terra, nei primi centimetri di suolo dove la CO2 è fondamentale per la crescita delle piante e per lo sviluppo della vita.
La strategia degli ecologisti si è giustamente concentrata su modalità rinnovabili per fare energia elettrica, oggi oltre allo sviluppo totale e libero delle energie rinnovabili elettriche sappiamo che occorre saper fare calore/freddo, avere combustibili e forza motrice da fonti rinnovabili.
Tutto questo non basterà. Occorre riconvertire tutti i settori economici con ecotecnologie che consentano di risparmiare energia e quindi ridurre le emissioni di CO2, che imparino a fare della CO2 un ciclo chiuso: cattura e riuso della CO2 nelle innumerevoli applicazioni di questa risorsa, riconsegnando al suolo tutta quella in eccesso.
L’agricoltura e ogni altro intervento sulla terra devono per questo essere ripensati affinché tutta la sostanza organica, il carbonio, non venga dispersa con tecniche di aratura e rovesciamento dei suoli ampiamente superate da nuovi approcci di agricoltura bioenergetica rinnovabile e da forme di gestione bioattiva ed organica di ogni metro di terra anche nelle aree urbane, di agricoltura di precisione. Senza contare che suolo e attività fotosintetica sono essenziali per stoccare il carbonio nelle piante.
Il programma di questa edizione prosegue la presentazione di nuove ecotecnologie per rendere economicamente ed ecologicamente vantaggiosa per tutti questa strategia, che dà una nuova straordinaria speranza alla specie umana e a tutte quelle animali per crescere in armonia sulla nostra patria comune, la Terra.

Il sito ufficiale di EcoFuturo

 

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Informazioni tecniche per seguire EcoFuturo 2018

Lun, 07/16/2018 - 15:49

Il Festival EcoFuturo si svolge al Fenice Green Energy Park di Padova, dal 18 al 22 luglio.

Vuoi seguire le dirette del Festival (3 sessioni al giorno, inizio ore 10 – 14:30 – 18:30)?
Dalla pagina Facebook di Jacopo Fo

Qui il programma completo del Festival

Qui alcuni video delle precedenti edizioni

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Lo scarabeo stercorario che trasforma la plastica in gasolio pulito

Lun, 07/16/2018 - 10:01

Non tutti vedono la plastica semplicemente come un rifiuto inquinante, particolarmente pericoloso perché può durare per secoli.
Il gruppo di artisti africani del Dung Beetle Project (Progetto Scarabeo Stercorario) vogliono invece far percepire la plastica come una possibile risorsa, trasformando un rifiuto in qualcosa di utile.
Creato come installazione artistica semovente, il Dung Beetle Project nasconde in una grande statua di acciaio riciclato raffigurante uno scarabeo stercorario un gassificatore che trasforma la plastica in gasolio a basse emissioni e GPL.

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Paolo Coceancig: I mondiali antirazzisti

Lun, 07/16/2018 - 09:09

I Mondiali Antirazzisti sono una manifestazione nata nel 1997 da Progetto Ultrà – UISP Emilia Romagna, in collaborazione con Istoreco (Istituto Storico per la Resistenza) di Reggio Emilia, da un’idea molto semplice, ma dimostratasi poi efficace e vincente: organizzare una vera e propria festa che vedesse il coinvolgimento diretto e la contaminazione fra realtà considerate normalmente contrastanti e contraddittorie, quella dei gruppi ultrà, spesso etichettati come razzisti, e quella delle comunità di immigrati. La formula che ha voluto coniugare calcio, basket, volley non competitivi, tifo e colore sugli spalti, concerti di band musicali eterogenei, in un’esperienza di vita comune in campeggio, è risultata di per sé vincente. Ovviamente c’è spazio anche per la riflessione: il programma, infatti, non prevede solo sport, ma anche dibattiti e attività collaterali come presentazioni di libri, filmati, passeggiate istruttive, interviste a personaggi sportivi e non. E la Coppa più importante dei Mondiali, la Coppa Mondiali Antirazzisti, va alle realtà che si contraddistinguono per la loro attività antirazzista e di promozione dello sport popolare.

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Le tre opzioni della previdenza complementare

Lun, 07/16/2018 - 03:24

Il viaggio nel complicato mondo della previdenza complementare, dopo i due passaggi delle scorse settimane (qui e qui), prosegue oggi con una tappa obbligata nella giungla delle proposte che si ritrovano di fronte i lavoratori che abbiano deciso di aderirvi. Cerchiamo di fare chiarezza nel tentativo di aiutarli verso una scelta più consapevole. Una regola generale, che vale per tutte le forme proposte dagli intermediari bancari e assicurativi, è che l’adesione è volontaria ma, una volta sottoscritto il contratto, le possibilità di uscirne sono rigidamente normate. È quindi fondamentale pretendere di conoscere queste casistiche, prima della sottoscrizione dei piani. Esistono tre grandi tipologie di prodotti di previdenza complementare, per alcuni versi simili tra di loro e per altri specificatamente valutabili e adattabili alle esigenze del singolo.

1. I fondi pensione negoziali (Fpn)
I Fpn sono sottoscrivibili dai lavoratori dipendenti di aziende private e pubbliche che abbiano accettato il Contratto collettivo di lavoro contenente la proposta di un fondo di categoria, dedicato agli addetti di quel settore. Un esempio è il fondo Cometa, il più consistente di tutti, riservato ai lavoratori metalmeccanici. Una volta raccolte le adesioni al fondo, il suo cda (rappresentativo dei lavoratori) deve avviare specifiche gare d’appalto per l’affidamento a gestori specializzati di tutte le somme raccolte, suddivise per tipologia di scelta di investimento. A questi fondi si aderisce in forma collettiva, attraverso due distinte modalità: con il conferimento della sola quota del Tfr, oppure anche con il contributo dell’azienda, frutto di accordo negoziale con le rappresentanze sindacali, cui si aggiunge il contributo del lavoratore che non può essere mai inferiore a quello dell’impresa. In molti casi è prevista la possibilità per il dipendente di contribuire con un importo fino al doppio di quello versato dal datore di lavoro.
In questo modo il lavoratore sfrutta a pieno la normativa a suo favore, con almeno tre vantaggi significativi: la deducibilità dal suo reddito annuo del contributo aziendale e proprio; il plus di rendimento derivante dalla gestione professionale del Tfr e dei contributi versati; al maturare del diritto alla pensione pubblica, una consistente riduzione di tassazione rispetto a quella che subirebbe al momento del ritiro del Tfr lasciato in azienda. Stiamo parlando di migliaia di euro di differenza.

2. I fondi pensione aperti (Fpa)
I Fpa si propongono invece sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi con la doppia possibilità di adesione: individuale o collettiva. Nel primo caso i lavoratori dipendenti, una volta scelto autonomamente il fondo, possono chiedere alla propria azienda di trasferire sia il Tfr maturato sia il maturando e aggiungere a esso contributi volontari deducibili dal reddito. Con l’adesione individuale, il lavoratore dipendente perde il contributo aziendale, ma decide in autonomia a quale interlocutore affidarsi, avvalendosi del rapporto fiduciario intrattenuto con un professionista. È tra l’altro possibile per le aziende sottoscrivere convenzioni con operatori privati, dando così la possibilità ai propri dipendenti di aderire in forma collettiva non solo a un fondo negoziale di categoria, bensì anche a un fondo proposto da operatori alternativi. Nel caso in cui l’azienda abbia meno di 50 dipendenti, detta convenzione si chiama accordo plurisoggettivo; se supera i 50, la convenzione si chiama accordo aziendale. In entrambi i casi la convenzione definisce l’entità del contributo aziendale e viene sottoscritta dal datore di lavoro e dai lavoratori che intendono aderirvi. In più, in aziende con oltre 50 dipendenti, è necessaria la firma delle delegazioni sindacali. Con questa norma il legislatore ha inteso garantire la concorrenza tra operatori, lasciando più possibilità di scelta ai lavoratori. Anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti possono valutare di aderire ai fondi pensione aperti; non disponendo però né del Tfr né del contributo aziendale, conferiscono solo versamenti volontari, deducibili dal proprio reddito fino 5.164 euro annui.

3. I Piani Individuali Pensionistici (Pip)
I Pip sono la terza opzione possibile a disposizione dei lavoratori dipendenti e autonomi che vogliano conferire solo contributi volontari per la costituzione della propria “pensione di scorta”. Le principali caratteristiche che differenziano i fondi pensione aperti dai Pip sono due: i costi di gestione dei secondi sono generalmente più elevati di quelli dei Fpa ma a fronte di questo, nella stragrande maggioranza dei casi, dispongono di un “universo investibile” più ampio. Cosa significa universo investibile? I fondi pensione (anche quelli negoziali) sono multi-comparto, offrono cioè all’aderente profili di rischio/rendimento diversi, da modulare nel tempo secondo le tecniche di Life Cycle (di cui abbiamo già parlato nel nostro ultimo articolo).

Dove sta la differenza? Per i fondi pensione negoziali (Fpn) la gamma di comparti è abbastanza standardizzata e limitata, per i fondi pensione aperti (Fpa) è più ampia ma per i piani individuali pensionistici (Pip) è massima, poiché i gestori osservano regole di diversificazione che riguardano non solo la tipologia di titoli, o il posizionamento geografico delle imprese oggetto dell’attività gestionale, ma si possono sottoscrivere comparti anche con orientamento alle valute, ai settori e agli stili di gestione. Molti Pip consentono addirittura di investire contemporaneamente in più comparti, secondo percentuali scelte dal sottoscrittore per ottimizzare gli asset di portafoglio, possibilità preclusa a molti altri fondi pensione. Insomma, sono prodotti più sofisticati che ricercano valore per l’aderente in aree meno tradizionali e che hanno bisogno di certificate professionalità per la loro gestione.
E i rendimenti?

Ecco la nota dolente ma ne parliamo la prossima settimana…

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Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

Lun, 07/16/2018 - 02:14

Avete mai notato quella piccola “R” a fianco del nome sull’etichetta? Quando decidiamo di comprare del Kamut sappiamo che stiamo in realtà comprando un marchio?

Il nome comune del grano che la maggior parte di noi conosce come Kamut è Khorasan (triticum turanicum), varietà da sempre coltivata in Medio Oriente.

A metà degli anni ’70 Bob Quinn, agricoltore, decide di associare a questa qualità di grano il nome “Kamut”, dopo aver letto questa parola in un dizionario sui geroglifici dell’antico Egitto, che traduceva, appunto, il nome del grano.

Negli anni ‘90 registra il marchio e da quel momento chi vuole utilizzarlo può farlo solo alle condizioni della Kamut International, che prevedono tra l’altro che il grano Khorasan sia “coltivato secondo il metodo biologico, mai ibridato o geneticamente modificato”, come chiarisce il sito della società. L’adesione al disciplinare, garantisce l’azienda, è anche una tutela per consumatori e per i contadini stessi.

Come spiega il chimico Dario Bressanini sul suo Blog e sul suo libro “Le bugie nel carrello” (Chiarelettere), “qualsiasi agricoltore, anche in Italia, può seminare il grano Khorasan, ma non lo può chiamare Kamut. Il valore commerciale del suo raccolto finisce così per essere talmente basso da non ripagare gli svantaggi della coltivazione, tra cui principalmente le basse rese”.

Questo perché il marchio, essendo più conosciuto e abilmente commercializzato, la fa da padrone sugli scaffali dei supermercati.

Il Kamut ha un grande successo, specialmente in Italia, che è il primo mercato europeo.
In generale, dai consumatori viene associato a una maggior digeribilità, a un sapore diverso rispetto ad altri grani commerciali ed è ricco di proteine, qualità che potrebbe aver mantenuto per non essere stato sottoposto a ibridazioni industriali, come successo ad altri grani.
Geneticamente non è molto diverso dal grano duro e non è privo di glutine, per cui non è adatto ai celiaci.

Si tratta comunque di caratteristiche presenti anche nel suo omologo “no-logo” grano Khorasan, che non viene coltivato secondo il disciplinare dell’azienda di Quinn ma che può comunque essere coltivato con metodo biologico o con alcuni accorgimenti e che viene coltivato anche in alcune zone del sud Italia.

Non si tratta di una presa in giro del consumatore, la Kamut International è chiara: spiega che il brand e il disciplinare collegato hanno lo scopo di tutelare l’origine del grano, la qualità e il metodo di coltivazione. Si tratta semplicemente, come spiega anche Bressanini, di una buona strategia di marketing che ha permesso di associare il marchio Kamut a un tipo di grano che avrebbe anche un altro nome.

E’ giusto però conoscere cosa abbiamo nel piatto e sapere anche da dove arriva: come spiega il sito dell’azienda di Quinn, il Kamut viene coltivato quasi tutto negli Stati Uniti e in Canada, viene importato in Europa e lavorato – anche in Italia – per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati.

Se ci crucciamo nella ricerca di alimenti biologici e a km 0, senza accorgerci, abbiamo fatto il giro del mondo per un pacchetto di grissini.

Non sarebbe meglio pensare di coltivarlo anche in Italia? Lo stesso Quinn, l’inventore del marchio Kamut, in una intervista al Sole24Ore di qualche anno fa, se lo augurava (e qualche azienda oggi ci sta lavorando): “Mi piacerebbe si sviluppasse in Italia una filiera completa, anche no-branded (senza marchio) ma biologica, perché l’effetto contaminazione è il primo veicolo per diffondere una cultura ecosostenibile. Il grano Khorasan biologico è oggi una piccolissima nicchia nel mondo che ha titolo per ambire a crescere”.

 

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Jacopo Fo intervista Vittorio Sgarbi: l’arte e la provocazione

Lun, 07/16/2018 - 01:57
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Street Art e incredibili illusioni ottiche 3D

Dom, 07/15/2018 - 04:34

I loro lavori vi lasceranno a bocca aperta, perché non sono semplici disegni a terra, ma capolavori in 3D. Sfortunatamente queste sono opere che hanno, per chiari motivi, breve vita. Ecco raccolte per voi le più significative e imperdibili!

 

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Alla ricerca delle nostre radici persiane: bye, bye… Iran

Dom, 07/15/2018 - 02:53

Un viaggio nell’antica Persia visto dagli occhi di tre bambini. Ultima puntata!

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Qui la lista completa dei video

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La vera storia dei sassi di Matera

Dom, 07/15/2018 - 02:16

La città di Matera è unica al mondo, è un elaborato sistema di grotte, la mentalità e il pensiero della Preistoria che si sono tramandati fino a nostri giorni. Tutta la città serve a raccoglie l’acqua piovana attraverso un sistema di pozzi e canalette.

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Pescatori decidono stop a pesca del krill nell’Antartide

Dom, 07/15/2018 - 02:02

L’85% delle aziende che pescano il krill si è impegnato a non pescare in Antartide. La decisione è stata presa in vista della riunione a ottobre della Commissione per l’Oceano Antartico, organismo internazionale che dovrà deliberare sulla proposta della Ue di creare una mega-area marina protetta da 1,8 milioni di km quadrati nel Mare di Weddell.
Il krill è composto da minuscoli crostacei che rappresentano una fonte di cibo per balene, pinguini, foche e calamari.

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Contro le zanzare gli elettroemanatori funzionano

Dom, 07/15/2018 - 02:00

Areare il locale prima di soggiornarvi”: è questa la dicitura che compare nella maggior parte delle istruzioni che accompagnano gli elettroemanatori anti-zanzara presenti in molte case. Ma spesso si dimentica di farlo. Attenzione a irritazioni e reazioni di tossicità.

Tra i dispositivi per ridurre la presenza di zanzare dentro casa i più comuni sono gli elettroemanatori. Sia che le finestre siano dotate o meno di zanzariere, una delle soluzioni che il mercato offre e di cui spesso si fa uso nelle case consiste proprio nell’acquisto (dipende dalla grandezza dei locali) di uno o più elettroemanatori. Disponibili in diversi modelli e facilmente reperibili, possono avere ricarica liquida, a piastrine o a sabbia compressa, essere portatili, alimentati a batterie o a carica elettrica. Il loro funzionamento si basa sull’emanazione di sostanze repellenti per le zanzare che rendono l’ambiente poco idoneo al loro soggiorno.

Leggere bene le istruzioni

Questi dispositivi, spiega Francesco Castelli, docente di Malattie infettive all’Università di Brescia, “funzionano ma l’ambiente dopo il loro utilizzo va fatto ben areare prima di soggiornarvi nuovamente”. Oltre al ricambio d’aria completo dopo l’utilizzo, altre due regole riportate nelle istruzioni di questi dispositivi non andrebbero mai trasgredite: “Mantenere la finestra aperta mentre l’elettroemanatore è in funzione e non stazionare nell’ambiente con l’emanatore acceso e le finestre chiuse”, precisa l’esperto.

Aprire le finestre

Far cambiare l’aria nell’ambiente dopo aver tenuto acceso l’elettroemanatore per potervi soggiornare nuovamente è una misura a favore della nostra salute che non inficia l’efficacia del repellente: “Dopo aver areato il basso dosaggio di repellente che rimane nella stanza è sufficiente per risultare irritante per le zanzare, che non rientreranno. Poi, però, è bene chiudere le finestre”.

Effetti collaterali

Se, da una parte, gli elettroemanatori funzionano e possono essere un rimedio efficace contro le zanzare, dall’altra non dobbiamo dimenticare di utilizzarli seguendo sempre le istruzioni, spiega lo studioso, e che alla lunga anche se utilizzati al meglio possono provocare effetti collaterali tra cui irritazione delle prime vie aeree (naso e gola) e dare reazioni di tossicità. “Particolare attenzione deve essere posta anche alle dosi di repellente utilizzato in base alla grandezza del locale in cui l’elettroemanatore viene acceso, affinché non risulti irritante o tossico per gli abitanti della casa”.

Questi gli articoli sul tema “zanzare e insetticidi

Per le zanzare è una “questione di sangue”
Gli insetticidi sono velenosi!

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Pesce ago, il (m)ago del mimetismo

Sab, 07/14/2018 - 16:29

 

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