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L’esperimento del fagiolo

7 ore 38 min fa

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Occhiali a basso costo: diventeremo tutti ciechi?

7 ore 52 min fa

E’ la novità del momento. Spopolano in TV le pubblicità di occhiali a basso costo, meno di 20 euro, con lenti regolabili tramite una rotellina. Funzionano davvero? A giudicare dalle recensioni…

Assolutamente inutili. Soldi buttati. Non si vede nulla e in più sono immettibili… La plastiche tagliano!!!
Lasciate perdere assolutamente questo articolo. Non è paragonabile nemmeno al peggior giocattolo venduto dai cinesi . se indossati per più di 5 secondi oltre che a provocare vomito e mal di testa vi viene anche la diarrea
Non corrisponde a quello detto in pubblicità, è solo una patacca, solo plastica mal amalgamata, da non consigliare a nessuno
Articolo tutta plastica da cui non si vede nulla, ne da vicino ne da lontano,se non tutto offuscato. OSO DIRE UNA TRUFFA
Una schifezza incredibile. Non funzionano assolutamente. Niente a che vedere con quello che dicono in TV. Al limite della truffa secondi me

Sono alcuni dei commenti di chi ha acquistato su Amazon gli “Occhiali regolabili per vedere vicino e da lontano”, pubblicizzati anche in Tv dal distributore DMC Shop con il nome Perfect Vision.

“Perfect Vision è il primo binocolo e lenti di ingrandimento al mondo in forma di occhiali, dotati di lenti regolabili di alta qualità che si adattano alla capacità dell’occhio di mettere a fuoco gli oggetti.
Con una semplice rotellina potrai regolare le lenti.” Così si legge sul sito della Dmc Shop. Sono consigliati per la lettura, per guardare la TV, e sono “confortevoli per chi ha una presbiopia semplice”.

Sono sicuri o possono far male agli occhi?

Per rispondere abbiamo intervistato la Dottoressa Chiaretta Visconti, Medico oculista a Como.

“Intanto non sono occhiali veri e propri, sono più degli ingranditori, non dovrebbero essere nemmeno considerati occhiali, l’occhiale è quello che fa l’ottico. Questi sono degli ingranditori sostanzialmente, come avere una lente di ingrandimento in mano. Chiaramente se devi ingrandire una cosa per un secondo, tipo infilare il filo nell’ago, possono andare bene ma non vedo come possano essere utilizzati per una visione normale…”
Interrompo dicendo che la pubblicità li consiglia per guardare la Tv e leggere…
“Mamma mia! E’ una cosa che fa rabbrividire…”

Possono essere dannosi a lungo andare?
“Secondo me a lungo andare possono danneggiare… non sono lenti di qualità, le lenti di qualità le trovi nel negozio, neanche quelle che vendono al supermercato sono lenti di qualità. Poi questo effetto di messa a fuoco per ingrandire non può far bene alla visione perché la visione segue percorsi di accomodazione e convergenza che quelle lenti non rispettano.”

Parliamo degli occhiali che si vendono in farmacia e supermercati…
“Mmmm… Mmmm! Questi occhiali premontati, cioè che hanno una distanza interpupillare standard, che non è la mia, e non la tua, possono creare anche danni all’occhio perché sono lenti che non hanno una centratura ideale, a lungo andare possono creare affaticamento e disturbi, soprattutto per chi li compra per usarli poi al videoterminale. Pensando a questi casi rabbrividisco perché la qualità di queste lenti è bassissima: sono normalmente lenti in materiale plastico mentre gli ottici hanno l’obbligo di aver lenti di migliore qualità, con appositi filtri per la luce. In realtà questi “occhiali”, non dovrebbero essere chiamati occhiali, in quanto sono soltanto ausili di ingrandimento mentre l’occhiale vero e proprio è un’altra cosa: è quello che viene fatto dall’oculista e dall’ottico, centrato sul viso sulla persona, studiato apposta per chi lo indossa. Se così non è, non sono occhiali, sono ingranditori ottici.”

Come vanno usati questi “ingranditori ottici” che si possono comprare in farmacia e nei supermercati?
La dottoressa Visconti spiega che possono essere un supporto agli occhiali “buoni”. Vanno usati poco, al volo, non per lunghi tempi. Per leggere e guardare la tv servono gli occhiali veri, costruiti in modo personalizzato sul paziente. Per leggere un sms due secondi si possono infilare anche gli ingranditori ma poi vanno tolti immediatamente.

Ultima domanda: e gli occhiali da sole che si vendono nelle bancarelle?
“Eh… mannaggia. Allora, anche qui… una volta si diceva che il marchio CEE era una garanzia di qualità e della presenza degli appositi filtri che questi lenti colorate devono avere. Oggi CEE è diventato CE, China Export (Ride) e nessuno ha più la garanzia di come siano fatte queste lenti… Una lente scura che non ha i filtri giusti per le radiazioni ultraviolette ha un effetto collaterale importante: fa dilatare la pupilla perché l’occhio resta al buio, la pupilla quindi si dilata e l’occhio alla fine riceve più radiazioni ultraviolette rispetto a quelle che potrebbero colpirlo se non avesse l’occhiale.”

Fanno male allora?
“Certo, possono essere sicuramente dannosi”.

Concludiamo la chiacchierata con la dottoressa Visconti notando come l’Italia sia all’avanguardia nel settore ottico e oculistico, con centri specializzati di altissimo livello, e come sia un peccato tutto il discorso sulle lenti China Export…

Provando a riassumere in breve il punto di vista della dott. Visconti potremmo dire che ci vuole sempre un paio di occhiali fatti su misura da un ottico e si possono avere un paio di “ingranditori ottici” per l’utilizzo veloce, da battaglia.

Non bisogna invece scherzare con gli occhiali da sole: qui la bassa qualità, e in particolare la mancanza dei filtri che bloccano le radiazioni ultraviolette, comporta di esporre l’occhio a un maggiore assorbimento di queste radiazioni.

A questo punto è doveroso parlare di costi, che è l’aspetto che rende più appetibili gli occhiali che si trovano nei supermercati e nelle bancarelle. Parliamo di un range che va da 30 euro per gli occhiali a basso costo ai 300 euro per un paio di occhiali veri, fatti da un ottico.

Chi vi scrive, astigmatico, l’ultimo paio lo ha pagato 450 euro. Ma è una spesa detraibile nella dichiarazione dei redditi…

 

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Conservare e richiedere i documenti bancari è molto difficile

8 ore 18 min fa

Contratti di apertura del conto corrente, contratti di affidamento e loro variazioni, fideiussioni e atti di pegno, estratti conto trimestrali, profilo di rischio: sono solo alcuni dei documenti che ciascun correntista dovrebbe conservare con cura.
Pero’, sulla base della mia esperienza di consulenza, rilevo che circa il 78% dei clienti di una banca non ritiene importante preservare e immagazzinare tali atti.
E ciò avviene sistematicamente per negligenza (peccato veniale) o per la endemica fiducia nella banca che viene percepita come ‘archivio’ personale che immagazzina i nostri atti che possiamo poi sempre richiedere nel momento del bisogno (peccato mortale).
Ed è proprio la percezione di quel momento, il momento in cui ne abbiamo bisogno, che viene individuato dalla banca come la circostanza in cui negare o rendere difficile, costosa, complessa la consegna della documentazione richiesta.
Perché la banca capisce che l’analisi di quei documenti da parte di professionisti specializzati nasconde tanti talloni di Achille. Quindi tante resistenze, tante menzogne, tante risposte semplicemente dilatorie per far stancare il cliente che viene indotto a desistere.
Gli intermediari finanziari, di regola, frappongono difficoltà di varia natura al rilascio delle copie della documentazione.
La più frequente delle resistenze delle banche, cogliendo un’interpretazione strutturalmente letterale della norma, fa riferimento al fatto che molto spesso le richieste avanzate dalla clientela presentano una qualche forma di genericità e non siano riferite a una ben circostanziata e individuata operazione; la richiesta ad esempio di copia del contratto e della documentazione di conto riferita a un periodo temporale specificato, veniva in precedenza talvolta disattesa adducendo appunto vizi di eccessiva genericità della richiesta stessa.

Quindi occorre essere precisi: “Mi occorre copia del contratto di conto corrente n°…………aperto in data ………
Ma non mancano anche motivazioni semplicemente paradossali e talvolta ridicole come la più volte ascoltata frase che quei documenti sono conservati in un «archivio che si trova in capo al mondo e che quindi risulta difficile reperirli». Menzogna.

Tutti i documenti sono reperibili in pochi minuti attraverso semplici interrogazioni al terminale oppure sono conservati all’ interno dei partitari presenti nelle stesse filiali dove viene effettuata la richiesta.
Ma la legge (e i professionisti seri) sono dalla parte del cliente. Vediamo perché.

I clienti di una banca, come è noto, possono richiedere agli istituti tutte le informazioni sulla quantità, qualità, finalità e logica adottata al trattamento, in relazione ai propri dati, così come previsto dagli art. 7, 8 e 10 D.Lgs. 196/2003.
Trattandosi in particolare di dati relativi ai rapporti bancari, i diritti degli interessati sono regolati e garantiti anche dall’articolo 119 comma 4 Tub: i clienti possono ottenere a proprie spese, entro congruo termine e comunque non oltre 90 giorni dalla richiesta, copia della documentazione relativa a una o più operazioni effettuate dalla banca.
Ma vediamo cosa intendiamo per «proprie spese» e «termine congruo».
In un momento di profonda crisi economica pretendere da un cliente anche 10 euro per singolo estratto conto significa adottare un comportamento estorsivo e usuraio.
Pertanto vi invitiamo a negoziare il prezzo di una fotocopia e, se proprio vi accorgete che tale determinazione (da parte della banca) a sostenere un prezzo fisso è irremovibile, azionate l’ormai famoso microregistratore (disponibile anche in qualsiasi telefono mobile), registrate tutta la conversazione e scriveteci.

Per quanto riguarda invece l’interpretazione dell’espressione «congruo (e comunque non superiore a 90 giorni)» al quale fa riferimento l’art. 119 Tub non va però confuso con il termine entro il quale i titolari del trattamento dei dati personali devono fornire riscontro alla richiesta da parte degli interessati, ai sensi degli artt. 7, 8 e 146 D.lgs. 196/2003.
Con la pronuncia 2 agosto 2013, n. 18555 la Cassazione ha infatti confermato che il riscontro alla richiesta dell’interessato, ai sensi dell’art. 7, della legge sulla privacy, deve essere fornito con la massima tempestività.
Con tale precisazione, la Corte consente di ritenere che il termine di 15 giorni previsto dall’art. 146 della legge sulla privacy, sia congruo anche per la consegna della documentazione bancaria, contenente le informazioni che l’interessato richiede: il che a sua volta consentirebbe un’interpretazione diversa, e più restrittiva, dell’Intervallo temporale indicato dall’articolo 119 Tub.

La conoscenza fa forza negoziale.

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Cosa diavolo è il Plogging?

8 ore 35 min fa

E’ la nuova moda per far bene a se stessi e all’ambiente!

Si chiama Plogging (il nome deriva dall’unione tra “running” e “plocka upp”, “raccogliere” in svedese) e consiste nell’andare a correre armati di sacchetti e guanti per raccogliere i rifiuti. Il plogging è nato in Svezia poco più di un anno fa.

Tre i vantaggi: si corre che fa bene alla salute, ci si abbassa e rialza per raccogliere i rifiuti da terra e questo movimento aiuta a tonificare glutei e quadricipiti e si fa un favore all’ambiente riducendo la spazzatura buttata in giro.

Scrive Ultimavoce.it (https://www.ultimavoce.it/plogging-correre-raccogliendo-i-rifiuti/): “L’attività motoria unita all’impegno sociale e al sentirsi utili per il prossimo sarebbero la chiave del successo di questo nuovo acclamatissimo sport.”

La comunità svedese di riferimento è su Facebook https://www.facebook.com/plogga/ mentre su Instagram si può cercare l’hashtag #plogging.

L’idea non è nuovissima: nel 2014 a Louisville, nel Kentucky, Stati Uniti, sono state organizzate le “Trash Run”, che avevano lo stesso obiettivo.

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Che fine ha fatto l’orto urbano Ikea?

10 ore 21 min fa

Il progetto era di Ikea e Space 10 e consisteva in una struttura assemblabile in legno per costruire un bellissimo orto urbano sferico/verticale, adatto a condomini e quartieri cittadini.

Qui una dettagliata descrizione, che fine ha fatto?

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Economia Circolare: lavorazione del ferro di recupero

Dom, 05/20/2018 - 10:15
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Musica maestro! Stand By Me

Dom, 05/20/2018 - 04:57

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Turismo spaziale: avremo uno spazioporto in Italia

Dom, 05/20/2018 - 04:15

6 febbraio 2018, ore 21,45 italiane: dalla piazzola 39A di Cape Canaveral decolla Falcon Heavy, il supermissile della Space X. Incollati a YouTube ci sono 2,3 milioni di utenti, che rendono il momento ancora più memorabile. Per la piattaforma di video sharing è uno dei live più visti di sempre, secondo soltanto al lancio nel vuoto di Felix Baumgartner. Tutto questo avvicina l’umanità ai racconti di fantascienza e ai sogni di ogni bambino, ma è davvero arrivato il momento di viaggiare nello spazio? Dove si è spinto il progresso? Quali progetti concreti sono in cantiere? E Marte è più vicino che mai? Di quali viaggi saranno protagonisti i primi turisti spaziali? Mettiamo i puntini sulle I, partendo proprio dal tanto acclamato test della Space X.

Falcon Heavy è oggi il razzo più grande del mondo ed è decollato dalla stessa base da cui partivano le missioni Apollo e lo stesso shuttle. Qualche minuto dopo il decollo, il razzo si è aperto svelandoci il suo contenuto, ormai lontano da Cape Canaveral e con la Terra a fare magnificamente da sfondo: ecco che appare una Tesla Roadster rossa “guidata” da Starman, un manichino in tuta spaziale. E’ in questo istante esatto, quando l’occhio della telecamera è puntato dritto sul manichino spaziale, che si alzano le note di “Life on Mars” di David Bowie. Simbolicamente, sul cruscotto della Tesla compare anche la scritta “Don’t Panic”, citazione dal libro “Guida galattica per autostoppisti”.

Tutto è compiuto. L’evento mediatico confezionato da Elon Musk e dalla sua Space X resterà scolpito nella storia. Sul Web il video del lancio rimbalza da un punto all’altro della Terra e conquista altre migliaia di utenti e click, giorno dopo giorno.

E se Starman fosse stato un essere umano?

Dove sta andando la Tesla rossa? Non avremo già prodotto un enorme rifiuto spaziale che vaga senza controllo?
Il sito Web WhereIsTheRoadster.com ci mostra in tempo reale il punto esatto in cui si trova la Tesla. Non atterrerà mai su Marte, sia chiaro. D’altra parte, non era affatto questo lo scopo della missione.
A luglio la Tesla supererà l’orbita del Pianeta Rosso, a novembre si troverà nel punto di massima distanza dal Sole, poi tornerà indietro, a settembre sarà vicina all’orbita della Terra, quindi si allontanerà ancora seguendo il medesimo tragitto per secoli. O almeno finché una serie di effetti modificheranno la sua traiettoria. Ad esempio, l’influenza di Giove potrebbe spedirla fuori dal Sistema Solare, senza comunque alcun pericolo per la Terra o altri pianeti.

Raggi cosmici e vento solare colpiranno senza tregua Starman e la sua auto, destinati a rimanere nello spazio per migliaia di anni e a subire un deterioramento inevitabile.
E se a bordo ci fosse stato un essere umano? Nella risposta a questa domanda si cela il nocciolo della questione: no, non è assolutamente possibile inviare un essere umano nello spazio in un semplice abitacolo così come la Space X ha seduto il manichino a bordo della Tesla. Abbiamo raccontato un meraviglioso esperimento che dimostra i progressi compiuti dalla scienza, ma le passeggiate su Marte sono ancora ipotesi lontane.

Turismo spaziale: (per ora) scordiamoci i resort

Di “turismo spaziale” si parla da moltissimo tempo, a sfidarsi per la conquista di altri mondi sono sostanzialmente due società: la già citata Space X di Elon Musk e la Virgin Galactic di Richard Branson, altro imprenditore osannato dalle folle. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Prima che qualcuno effettivamente metta piede su Marte – il pianeta che comunque pare essere più adatto alla “colonizzazione” – dovrà passare ancora molto tempo.
Quando si parla di “turismo spaziale” oggi in realtà non ci si riferisce a veri e propri viaggi come quelli che progettiamo sulla Terra. Spesso la fantasia viaggia più veloce dei razzi e induce erroneamente ad immaginare tour organizzati – costosissimi ma reali – in cui le persone effettivamente scendono da navicelle e vanno alla scoperta di luoghi inesplorati. Non c’è nulla di più lontano da ciò a cui si sta lavorando al momento. Lo sbarco su Marte con tanto di guida turistica è qualcosa di molto lontano; oggi si progettano per lo più voli suborbitali, che non consentono ancora di ipotizzare lo sviluppo di un turismo spaziale per le masse nel breve periodo né camminate su altri pianeti.
Ma viaggia veloce anche la fantasia di questi grandi magnati, ecco perché i loro progetti e i loro annunci fanno sognare. Ritornare un po’ bambini è lecito, ma poi occorre ritornare anche con i piedi per terra.

Per colonizzare Marte serve un razzo più potente

Il serbatoio progettato dalla Space X

“E allora costruiamolo!”, deve aver detto Elon Musk. Da poco sono state svelate le caratteristiche della nuova versione del razzo Big Falcon Rocket. Con questo mezzo l’uomo potrebbe sbarcare su Marte. Il condizionale è d’obbligo, nonostante le promesse da urlo. Il serbatoio in fibra di carbonio potrà ospitare oltre mille metri cubi di ossigeno liquido criogenico, il carburante che alimenterà il razzo; il motore Raptor sarà il più potente mai esistito; una serie di razzi propulsivi offrirà garanzie di sicurezza in una fase tanto critica come quella dell’atterraggio, quando a bordo il carico sarà maggiore rispetto ai test.
Questo razzo – la prima astronave interplanetaria – secondo Musk potrebbe rappresentare una salvezza per il genere umano in un futuro catastrofico , in cui non si esclude una terza guerra mondiale.

Paragonato al Saturn V, il razzo con cui la Nasa inviava i suoi astronauti sulla Luna, il BFR avrebbe una spinta di decollo maggiore, ma il vero vantaggio è che potrebbe essere utilizzato più volte, consentendo un notevole abbattimento di costi. Ogni lancio, una volta uscito il BFR, costerebbe 5-6 milioni di dollari, alla fine una piccola popolazione di umani vivrebbe su Marte o sulla Luna, dove sarebbero aperte alcune basi fisse. E quella piccola popolazione potrebbe far sopravvivere il genere umano se sulla Terra tutto andasse perduto. Per prima cosa, occorrerà però trovare acqua su Marte, avviare le estrazioni minerarie e costruire infrastrutture necessarie alla sopravvivenza.

I primi veri test dovrebbero avvenire già nel 2019, mentre nel 2024 potremmo assistere alla prima missione per colonizzare Marte, almeno secondo Musk, che a volte però pecca troppo di ottimismo. Basti pensare che il 2018 avrebbe dovuto essere l’anno in cui due turisti avrebbero fatto un giro attorno alla Luna a bordo di un razzo della Space X, comodamente collocati all’interno della capsula Dragon. Tutto rimandato.
Cerchiamo allora di essere realistici: a cosa porterà questa sperimentazione continua? E’ uno spreco di denaro? E’ solo una sfida tra imprenditori ambiziosi?
Un risvolto interessante è che gli stessi razzi attualmente in fase di costruzione potrebbero essere utilizzati per un trasporto più rapido delle persone sulla Terra. Basterebbero 39 minuti per volare da New York a Shangai, semplicemente utilizzando mezzi di trasporto che viaggiano fuori dall’atmosfera per la maggior parte del tempo e quindi non risentono di interferenza alcuna. Addio turbolenze!

Virgin Galactic: presto uno spazioporto in Italia

L’obiettivo di Richard Branson è dichiaratamente quello di portare nello spazio persone comuni, turisti, grazie a voli spaziali suborbitali e orbitali. Recentemente, la Virgin Galactic ha incassato un ottimo risultato nei test di planata della sua navicella Virgin Galactic VSS Unity. A febbraio, qualche giorno dopo l’impresa della Space X, nel deserto del Mojave in California è stato effettuato un test cruciale: una nave madre ha rilasciato la VVS a circa 50 mila piedi di altezza e ne è stato valutato l’atterraggio in termini di stabilità e performance. Nello stesso deserto 3 anni fa la Virgin Galactic aveva dovuto affrontare la morte di un pilota durante un volo di prova; sono seguiti una serie di rallentamenti, compreso quello nell’emissione da parte della Federal Aviation Administration di una licenza commerciale per l’azienda.

Virgin Galactic – gli ultimi test

I test sono funzionali a confezionare un’esperienza destinata a turisti. Ne potranno salire a bordo 6 in compagnia di 2 piloti. Per trascorrere 2 ore e mezza sulla VSS Unity si pagheranno 250 mila dollari, un prezzo destinato però a scendere dopo 5 anni. Compresi nel costo del biglietto, 6 minuti in assenza di gravità e la possibilità di vedere la curvatura della Terra dallo spazio.

La sperimentazione sui voli suborbitali coinvolge anche l’Italia: a dicembre 2016 la Altec, partecipata da ASI e Thales Alenia Space, e la Virgin Galactic hanno infatti siglato un protocollo di intesa per valutare le potenzialità di uno spazioporto italiano grazie al quale si potranno eseguire voli sperimentali suborbitali, addestramento astronauti e piloti, scopi didattici e turismo spaziale. In particolare, sarebbe utilizzato il sistema di volo spaziale Virgin Galactic, composto dallo spazioplano riutilizzabile Space Ship Two ed il suo velivolo vettore, WhiteKnight Two, vale a dire il mezzo che decolla da un aeroporto convenzionale e trasporta la SpaceShipTwo fino ad un’altezza di circa 15 mila metri, prima di rilasciare la navicella e consentirne l’accensione del motore a razzo che la porterà alla programmata quota operativa. Questo significa che l’Italia potrebbe a breve ospitare uno spazioporto, secondo gli annunci entro la fine di quest’anno saranno svelati i nomi dei siti candidati.

Ed ecco che torna il solito problema: cosa accade al corpo umano durante un viaggio suborbitale? Non sono molti finora i voli effettuati, di conseguenza è complicato ottenere dati certi e parametri da rispettare per evitare reazioni fatali. Si tratterebbe di persone comuni, dai fisici non allenati, che subirebbero accelerazioni pari a 6 volte il proprio peso corporeo, a cui si aggiunge poi l’assenza di gravità in una breve fase del viaggio. Possono aiutare le tute speciali e la posizione dei sedili, più reclinata rispetto al solito, ma di certezze ne trapelano poche, se non quella che sono coinvolti in questi progetti anche medici come quelli della nostra Aeronautica.

Ma non ci sono soltanto le grandi compagnie. Moltissimi scienziati sono al lavoro, come quelli che tentano di simulare sulla Terra le condizioni che l’uomo troverebbe su Marte. Nel deserto del Dhofar, in Oman, a febbraio un gruppo di oltre 200 scienziati di diverse nazioni ha testato i supporti tecnologici che sarebbero indispensabili, a partire da un tipo di tuta pesante ben 50 kg che consentirebbe però all’uomo di compiere anche gesti tanto comuni quanto indispensabili, come mangiare e pulirsi le labbra. La visiera è il fulcro di tutto, con uno schermo su cui vengono proiettati costantemente dati e informazioni rilevati grazie ai sensori posizionati sulla tuta in varie parti del corpo.

In copertina: Disegno di Armando Tondo

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Royal Wedding: la festa deve essere per tutti

Sab, 05/19/2018 - 04:42

Oggi è il grande giorno: il Royal Wedding del principe Harry, secondogenito di Carlo e Diana, con l’ex attrice americana Meghan Markle.
Anche chi di noi non legge i tabloid inglesi e guarda poco la colonnina dei gossip sui principali giornali italiani non avrà potuto fare a meno di venirne a conoscenza. Oltre alle notizie che ormai abbiamo letto tutti, ce n’è una passata un po’ più sotto traccia: il tema dei senzatetto di Windsor.

Nella cittadina se parla dall’inverno, con polemiche nate dopo che Simon Dudley, a capo dell’amministrazione locale, aveva detto che era necessario mandare via i senzatetto perché rovinavano l’atmosfera, facendo effettivamente una figuraccia e venendo criticato persino da Theresa May. Sulle prime quindi sembrava che gli homeless sarebbero rimasti al loro posto, ma anche il Time racconta che in queste ore la polizia sta cercando di farli spostare dalle zone vicino al Castello di Windsor.
Si aspetta l’arrivo in città di più di 100 mila persone, i controlli per la sicurezza sono rafforzati e la polizia ha spiegato che tutti verranno controllati e gli oggetti ingombranti non potranno essere portati in certe zone, quindi anche quelli appartenenti ai senzatetto.

Sembrerà una questione locale ma il National Audit Office ha sottolineato che la popolazione di senzatetto di Windsor è aumentata nettamente negli ultimi anni, così come è successo in tutto il Regno Unito: si parla di un aumento del 134% dal 2010. L’opposizione dà la colpa al partito conservatore, l’incremento sarebbe avvenuto dall’anno in cui hanno preso loro il potere e sarebbe legato ai forti tagli nella spesa pubblica.

Sembra una storia molto triste, ma il pragmatismo inglese ci viene incontro: l’organizzazione Homeless Our Concern della vicina cittadina di Slough è una di quelle che stanno cercando di gestire la situazione. Loro sono positivi: dicono che forse questa attenzione mediatica potrebbe aiutare a far conoscere il problema e aumentare l’impegno e le donazioni.
L’associazione ha sfruttato l’occasione e ha creato una “Lista Nozze alternativa su una piattaforma che consente alle persone di condividere le liste dei loro matrimoni. Si può contribuire comprando oggetti utili per aiutare i senzatetto, come libri, kit da barba e lavatrici. Dicono dall’organizzazione: “Harry e Meghan hanno detto che non vogliono regali ma preferiscono che le persone facciano beneficenza. L’abbiamo preso alla lettera. Perché loro non hanno bisogno di tostapane e asciugamani, mentre i nostri rifugi si!”.

Anche una associazione di Windsor, il Windsor Homeless Project, ha lanciato la campagna For Richer For Poorer, dove si possono acquistare gadget e memorabilia del Royal Wedding e si userà il ricavato per comprare vestiti, pasti e credito telefonico per chi ne ha bisogno.

Certo, tutti vorremmo vivere in un mondo dove non dovrebbe esserci bisogno di queste iniziative, ma intanto possiamo sfruttare tutte le occasioni possibili per avviare un cambiamento.

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Come fare l’orto sul balcone

Sab, 05/19/2018 - 04:07

Utili sempre in cucina e se coltivate da noi, ancora più buone!

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Una casa costruita in simil Lego

Ven, 05/18/2018 - 05:19
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Contro i tumori del seno, di corsa: a Roma torna la “Race for the cure”

Ven, 05/18/2018 - 04:54

Un fine settimana all’insegna della sensibilizzazione alla prevenzione e alla conoscenza dei tumori del seno. Torna a Roma Race for the cure, la più grande manifestazione per la lotta ai tumori del seno in Italia: iniziata ieri, andrà avanti fino a domenica 20 maggio. Quattro giorni di eventi e iniziative gratuite per la salute, lo sport e il benessere, all’interno di un Villaggio appositamente allestito al Circo Massimo, che si concluderanno con la ormai tradizionale corsa (o passeggiata, a scelta) tra piazza Venezia, Colosseo e Terme di Caracalla. L’evento, giunto alla XIX edizione, è organizzato dall’associazione Susan G. Komen Italia, che utilizza i fondi raccolti dal progetto per realizzare programmi di prevenzione a sostegno delle donne.

Il programma

Il programma della manifestazione prevede diverse iniziative gratuite all’interno del “Villaggio della Salute, dello Sport e del Benessere”, attivo fino alle 20 di domani, dove è possibile sottoporsi a consulenze specialistiche gratuite per la diagnosi precoce dei tumori del seno e delle principali patologie femminili, oltre che a sessioni pratiche di sport, fitness, yoga, qi-gong, meditazione, corretta alimentazione e pet therapy per incoraggiare l’adozione di stili di vita più sani e la protezione della propria salute (qui il programma). Un’area attrezzata per i bambini consentirà anche ai più piccoli di partecipare all’iniziativa, divertendosi. La mattinata di domenica 20  sarà invece dedicata alla tradizionale corsa, e dalla passeggiata, che celebreranno la conclusione dell’iniziativa.

Come partecipare

Per partecipare alla Race for the Cure 2018 ci si può iscrivere con una donazione minima di 15 euro che consente di ritirare borsa gara, t-shirt e pettorale, “ma ogni donazione superiore ci permetterà di fare ancora di più per la lotta ai tumori del seno“, precisano gli organizzatori: “Con una donazione di 25 euro si può offrire a una donna a rischio la possibilità di eseguire un’ecografia mammaria o un’ecografia ginecologica; con una donazione da 50 euro si può offrire a una donna a rischio la possibilità di eseguire un’ecografia mammaria e una mammografia, mentre con una donazione di 100 euro si può offrire a una donna a rischio la possibilità di fare uno screening mammario e ginecologico più completo (visita clinica, mammografia, ecografia mammaria, pap test ed ecografia pelvica)”. Sarà possibile iscriversi fino alle 9 della stessa giornata (per maggiori info sulle iscrizioni consultare il sito).

Non solo competizione

La gara competitiva si sviluppa su un percorso di 5 km ed è riservata ad atleti (età minima 16 anni) che svolgano attività agonistica, ma è possibile partecipare anche alla versione non competitiva della gara (sullo stesso percorso di 5 km) o alla passeggiata di 2 km. L’inizio della corsa competitiva è previsto per le 10 di domenica mattina, cui faranno seguito la corsa non competitiva e la passeggiata. Gli atleti partecipanti alla gara competitiva indosseranno un pettorale munito di chip in grado di registrare il tempo dallo start al traguardo, mentre per la Race non competitiva e per la passeggiata l’iscrizione è aperta a tutti (uomini, donne e bambini), è possibile partecipare anche con passeggini e carrozzelle e cani al seguito (al guinzaglio) e  non è prevista la registrazione dei tempi di gara.

Le “Donne in rosa”

All’interno della corsa è prevista la categoria “Donne in Rosa”, riservata alle donne che hanno affrontato o stano affrontando personalmente il tumore del seno e che scelgono di rendere pubblica la loro esperienza partecipando con una speciale maglietta rosa e aiutando a rompere il silenzio e la paura che accompagnano questa patologia. A loro è dedicata un’area speciale per iscriversi, ritirare la borsa gara (con t-shirt, cappellino e pettorale rosa) e per incontrarsi e condividere emozioni ed esperienze.

La raccolta fondi

Con i fondi raccolti attraverso la Race for the Cure, la Susan G. Komen Italia dal 2000 a oggi ha raccolto e già distribuito circa tre milioni di euro per la realizzazione di oltre 421 progetti propri e di altre associazioni nella lotta ai tumori del seno, tra cui corsi di aggiornamento per operatori sanitari, programmi di educazione alla prevenzione per donne sane e studenti, servizi clinici per il recupero del benessere psico-fisico delle donne operate e acquisto di apparecchiature di diagnosi e cura delle neoplasie del seno.

I prossimi appuntamenti

Dopo l’edizione romana gli altri appuntamenti con Race for the cure in Italia saranno a Bari dal 25 al 27 maggio, a Bologna dal 21 al 23 settembre e Brescia dal 5 al 7 ottobre.

L’associazione Komen Italia

Susan G. Komen Italia è un’organizzazione basata sul volontariato che opera nella lotta ai tumori del seno su tutto il territorio nazionale: è il primo affiliato internazionale della Susan G. Komen di Dallas, la principale organizzazione mondiale attiva in questo campo da oltre 30 anni. Nel nostro paese l’Associazione opera dal 2000 e si propone di stimolare la formazione, la ricerca e l’innovazione in tema di salute femminile; promuovere la prevenzione e l’adozione di stili di vita sani; tutelare il diritto a cure di eccellenza per ogni donna con un tumore del seno; offrire servizi per migliorare la qualità di vita dopo un tumore, in particolare per le donne con malattia metastatica; collaborare con altre associazioni e finanziare progetti sul territorio nazionale.

Race for the cure nasce nel 1982

Nata negli Stati Uniti nel 1982, la Race for the Cure è arrivata in Italia nel 2000, a Roma. Madrina della manifestazione è l’attrice Maria Grazia Cucinotta che presta il suo volto e la sua voce per le tante iniziative di promozione dell’evento insieme con la testimonial delle “Donne in Rosa”, l’attrice Rosanna Banfi. Il successo sempre crescente ottenuto nel corso degli anni dall’iniziativa ha fatto sì che la Race superasse i confini della Capitale per raggiungere anche Bari, Bologna, Napoli (per tre edizioni dal 2010 al 2012) e, dal 2015, anche Brescia. Lo scorso anno le edizioni di Roma, Bari, Bologna e Brescia hanno fatto registrare un ammontare di partecipanti complessivo di oltre 115.000 iscritti.

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A Bovino il turismo è circolare

Ven, 05/18/2018 - 04:23

Un esempio, per evitare il mordi e fuggi sostituendolo con il turismo basato sull’esperienza, è quello di Bovino, piccolo comune pugliese che per approdare alle nuove economie sostenibili e circolari e rispondere al calo demografico – nel 1951 aveva 9.452 abitanti che sono diventati 3.562 nel 2011 – ha ripensato il proprio modello diventando un vivace “paese museo”, molto attento alla modernità.

La storia passata lo ha aiutato, ma quale borgo in Italia non è denso di storia? Bovino, infatti, era già un insediamento neolitico e divenne Municipium e Colonia romana, nonché sede diocesana verso il 500 d.C., per diventare sede episcopale cinque secoli dopo.

Una storia non comune e, come abbiamo detto, per l’Italia nemmeno troppo originale! E Bovino su questa storia ha investito, a vedere l’offerta storico-culturale del paese.

Il monumento che immediatamente salta agli occhi di un turista è il Castello di Bovino che domina il paese e che è stato edificato su una rocca romana. La posizione si è rivelata strategica nei secoli passati, poiché consente il controllo della Valle del Cervaro, la via di comunicazione tra Napoli e la Puglia. Il Castello ducale, dopo aver ospitato un serie di “turisti illustri” come Torquato Tasso, Maria Teresa d’Austria e Papa Benedetto XII, ora gode d’ottima salute e ospita il Museo Diocesano, nel quale si trovano le testimonianze della storia di Bovino, custodite e fruibili in moderne teche illuminate dai led ad alta efficienza energetica.

Non solo: nel castello c’è anche la struttura ricettiva “Residenza Ducale” (chiamarlo Bed and Breakfast sarebbe assai riduttivo!), realizzata con un enorme rispetto dell’opera, al punto che dall’esterno nulla s’intuisce della nuova destinazione d’uso della dimora dei Duchi Guevara, che hanno abitato il castello per quattro secoli. Una soluzione che dovrebbe far riflettere chi immagina l’Italia come un enorme museo a cielo eterno fossilizzato nei secoli.

E l’esempio del castello non è l’unico a Bovino. L’uso intelligente, moderno senza stravolgimento, delle risorse storiche del borgo di Bovino è il filo che unisce tutte le attività legate alla nuova offerta turistica del paese. Oltre al Museo Diocesano, infatti, ci sono altri due musei, quello Civico, che è un viaggio nel tempo dalla preistoria ai giorni nostri, con la presenza di importanti stele antropomorfe, e quello della Civiltà contadina, che raccoglie il lato più popolare della società passata di Bovino descritto con gli oggetti, gli utensili e gli attrezzi usati nella vita dei campi a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

E se non siete ancora sazi ecco anche la Biblioteca Diocesana, l’Archivio Capitolare e l’Archivio Diocesano, tutti fruibili, su appuntamento e in ottimo stato di conservazione.

Se a tutto ciò aggiungiamo la Basilica Cattedrale, romanica con elementi gotici e bizantini, la cui facciata è dell’anno 1231, potremmo dire che con una sosta a Bovino diventa possibile fare il “pieno” di cultura. Ma secondo alcuni l’offerta turistica, e culturale, del paese può essere ancora incrementata.

«Abbiamo in progetto la realizzazione del Museo delle armi, presso la sede municipale e ora che abbiamo creato le basi per lo sviluppo di Bovino, e siamo proiettati verso la giusta strada, dobbiamo proseguire», ci dice il sindaco Michele Dedda, imprenditore.

Le basi di cui parla il sindaco vanno ben oltre la già corposa offerta culturale.

Parliamo di numeri: Bovino ha un’ospitalità di circa 100 posti letto, tutti realizzati secondo la recente logica dell’albergo diffuso con la qualità al primo posto.

Le strutture, come quella nel Castello Ducale, sono recenti e offrono servizi di prim’ordine come una Spa, il tutto realizzato in maniera leggera, senza alcun impatto sulla preziosa struttura urbanistica del borgo.

E la qualità paga.

Nel 2015, infatti, Bovino ha erogato circa 3.600 pernotti, più di uno per abitante; si tratta di un risultato notevole se pensiamo che il paese è “celato” all’interno dei Monti Dauni, lontano da grandi assi di comunicazione. «Adesso dobbiamo risolvere la questione delle vie d’accesso e su questo fronte stiamo lavorando con gli altri 29 comuni dei Monti Dauni per una ristrutturazione su vasta scala della rete viaria», continua Dedda.

Tutto ciò non sarebbe nulla se non vi fosse una concezione di fondo circa lo sviluppo attraverso il turismo che è radicata sotto il profilo della circolarità e della sostenibilità.

Prima di tutto Bovino punta sulla qualità molto elevata sia dal punto di vista dell’ospitalità, sia sotto il profilo del lato culturale, il tutto condito, si fa per dire, della gastronomia pugliese che è declinata in maniera locale, per la maggior parte a chilometro zero.

«In precedenza a Bovino non c’era nulla sia sotto al profilo dell’ospitalità, sia dal punto di vista della ristorazione. – afferma Nicola Consiglio che con la moglie Agata, gestisce l’agriturismo Piana delle Mandrie e il ristorante in pieno centro storico La Cantina. – Ora penso che il lavoro fatto su tutto ciò sia stato fondamentale ma non dobbiamo fermarci. Promozione e servizi aggiuntivi saranno cose fondamentali per il futuro di Bovino».

Una serie di servizi aggiuntivi già esiste, come quello delle visite guidate offerte dalla cooperativa “Il Sipario” che gestisce sia l’ospitalità al Castello Ducale, sia il Museo Diocesano. «Dall’esperienza che abbiamo fatto è evidente che si debba puntare al turismo esperienziale. – afferma Francesco Gesualdi, presidente della cooperativa – Anche perché ciò ci consentirebbe di allungare i tempi di soggiorno e allargare i periodi di visita che per ora sono in gran parte concentrati durante le feste». E su ciò ci si sta muovendo. Nicola Consiglio nel suo agriturismo offre anche l’opportunità del maneggio, la Masseria Salecchia ha un intenso programma didattico con laboratori per i più piccoli, mentre sul fondo della valle è possibile visitare il mulino ad acqua, perfettamente funzionante, “Lo Moleno acqua del Ponte”, assaggiando la focaccia di grano Senatore Cappelli, prodotta non a chilometri ma a metri zero.

E non basta. Oltre a ciò Bovino svilupperà l’offerta turistica esperienziale legata al trekking e alle mountain bike consolidando, così, la rete tra gli operatori turistici di Bovino. «Su questa base stiamo lavorando per rafforzare questa rete e uscire all’esterno con delle offerte integrate. – continua Gesualdi – A maggio 2017 abbiamo avuto 1.400 pernotti a un’azienda per motivi di lavoro, proprio per questa nostra capacità di saper offrire soluzioni flessibili».

Questo è un plus commerciale da non sottovalutare per vincere la sfida legata a un grande salto dello scenario internazionale che in realtà sta già avvenendo. Grazie alla rete, infatti, molti turisti provenienti dall’estero hanno scoperto Bovino, con alcuni turisti a stelle e strisce che sono ormai ospiti fissi e nel frattempo i tour operator del Nord Europa, complici clima e gastronomia e non solo, stanno guardando con interesse al piccolo paese pugliese che sta inventando un nuovo tipo d’offerta turistica che dovrebbe essere presa a modello da molti altri piccoli, e grandi, centri italiani.

 

Fonti:

Il sito della Pro loco di Bovino: www.prolocobovino.it
La videolist su Bovino di Giornalisti nell’Erba: goo.gl/TGa2cu

In copertina: Bovino – Foto di Sergio Ferraris

 

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Dove diavolo è Matt Harding?

Gio, 05/17/2018 - 11:58

Da diversi anni Matt, ex programmatore informatico, gira il mondo facendo ballare popolazioni da tutti i continenti. Ha iniziato per gioco poi i suoi video sono diventati virali e non ha più smesso…

 

Qui il canale Youtube di Matt Harding

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Semi di Chia: buoni sì ma per tutti?

Gio, 05/17/2018 - 04:48

Chi è attento alla propria dieta li ha sicuramente sentiti nominare: i semi di Chia sono un alimento arrivato sulle nostre tavole in questi ultimi anni e subito ne sono state riconosciute le qualità benefiche. Ma fanno bene davvero a tutti?

I semi di Chia: cosa sono e come si usano

La Chia, il cui nome scientifico è Salvia Ispanica, è una pianta originaria del Centro America, che produce piccoli semi scuri utilizzati da sempre come alimento dalle popolazioni indigene, che li usavano anche nella panificazione.

Sulle nostre tavole hanno iniziato ad apparire soprattutto negli ultimi anni, quando la Commissione Europea ne ha autorizzato la diffusione, nel 2009 solo nei preparati e poi nel 2013 con il commercio al dettaglio del seme, che è un vero e proprio superfood se si va a guardare i valori nutrizionali.

I semi di Chia sono ricchi di vitamine, sali minerali come calcio, ferro, potassio e magnesio, oltre ad essere fonte di antiossidanti e contenere una grande quantità di acidi grassi Omega3 – i grassi “buoni” che aiutano a combattere il colesterolo – in quantità maggiori rispetto al pesce azzurro ed anche rispetto ad altri semi, tra cui quelli di lino, più conosciuti e utilizzati da noi europei.

“Si possono consumare in aggiunta a qualsiasi cibo perché non hanno un sapore particolarmente forte, oppure se ne può mettere un cucchiaio nello yogurt o in una bevanda. Tra le tante qualità, i semi sono anche una grande fonte di fibre e a contatto con l’acqua formano una sostanza gelatinosa che ha la funzione di migliorare la motilità dell’intestino”, spiega Roberta Sani, erborista, che specifica: “possono aiutare in una dieta varia e hanno un basso indice glicemico, quindi aumentano il senso di sazietà, ma vanno considerati come un alimento che apporta vari nutrienti al corpo e non come un integratore o la soluzione per dimagrire. Il fatto che a volte se ne parli come se fossero un farmaco forse non aiuta: sono un alimento che prima non si conosceva da noi e ha delle ottime qualità ma deve essere considerato e consumato come tale”.

Per molti ma non per tutti

Non sono un alimento per tutti, conferma il dottor Giuseppe Bellotti, biologo e nutrizionista: “I semi di Chia sono ottimi da tanti punti di vista, pensiamo solo al fatto che essendo privi di glutine possono essere usati anche da chi è intollerante. Ma per utilizzarli bisogna avere un intestino sano, perché sono molto ricchi di fibre e in un intestino con diverticolite, irritabile o infiammato possono contribuire ad aumentare l’infiammazione”. Continua il dottor Bellotti: “I semi a contatto con l’acqua formano una gelatina il cui volume è dieci volte tanto quello dei semi iniziali, fatta di fibre insolubili che devono essere smaltite, quindi aumenta di molto la massa fecale e la peristalsi. Se il nostro intestino funziona bene, le fibre vengono eliminate e questo può essere molto utile a chi soffre di stipsi. Chi ha altri tipi di problemi intestinali può invece aumentare le sue difficoltà”. Il dottore mette in guardia: “Spesso quando escono notizie su questi super-alimenti, appunto come la Chia, o le bacche di Goji, per un periodo se ne fa un uso smodato: come qualsiasi altro cibo, compresi frutta e verdura, non è detto che vada bene per tutti e nelle stesse quantità, dipende da molti fattori, dal corpo di ognuno, dal tipo di dieta che si segue tutti i giorni. Se si è in dubbio, meglio fare una domanda in più al proprio medico”, conclude Bellotti.
Secondo la dottoressa Manuela Pastore, dietista: “La porzione giornaliera media di semi di Chia è di circa 10-20 g, un cucchiaio al massimo, per una persona sana ma si raccomanda di chiedere il parere del medico prima di assumerli in quanto hanno effetti lassativi e possono causare ipotensione”.

Il consiglio da parte di entrambi gli esperti è chiaro: i semi di Chia sono utili ma in generale non bisogna lasciarsi prendere dalle mode e ascoltare il proprio corpo per capire se un alimento ci fa bene e in che quantità.

 

Fonti:

I testi delle autorizzazioni della Commissione Europea, dal sito ufficiale che raccoglie le leggi europee:

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX%3A32009D0827

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32013D0050

Cosa contengono i semi, da un articolo divulgativo sul sito dell’Istituto Humanitas:

https://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/68365-lo-sai-semi-chia-ricchi-vitamina-c/

Le qualità dei semi in breve, dal sito Salute24 del Sole24Ore

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/17603?refresh_ce=1

 

In copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Facebook dà i consigli ai ragazzi

Gio, 05/17/2018 - 02:30

E’ il nuovo portale di Facebook, si rivolge per definizione agli adolescenti. Anche se poi risulta difficile immaginare che molti di loro avranno voglia di andarlo a consultare per vedersi somministrare una serie di buoni consigli “morali”. Ricorda un po’ i consigli a Cappuccetto Rosso. Forse sarebbe stato meglio, per attrarre i ragazzi, metterci un po’ più di “pepe” mescolando buoni consigli e dritte su come avere successo sui social. Ma tant’è. Ed eccoli, i 10 consigli.

  1. Pensa (per cinque secondi) prima di agire. Prima di pubblicare un contenuto visibile a tutti, fermati a pensare: “Mi sentirei a mio agio nel leggerlo ad alta voce davanti ai miei genitori e ai miei nonni?”.
  2. Non aprire le porte della tua vita agli estranei. Fai attenzione a chi inviti a entrare nel tuo spazio personale, controlla regolarmente la tua lista di amici, accetta richieste di amicizia dalle persone che conosci, controlla attentamente chiunque altro voglia contattarti.
  3. Non lasciare la porta aperta. Non condividere la tua password con nessuno, né con i tuoi amici, né con la persona con cui esci. Non vale mai la pena di correre certi rischi.
  4. Cambia spesso la serratura. Se la tua lista di amici aumenta, ricontrolla regolarmente le tue impostazioni sulla privacy per assicurarti che le informazioni che hai deciso di rendere private e pubbliche vadano ancora bene.
  5. Se vedi contenuti che ti turbano o commenti di cattivo gusto sul post di un amico oppure se interagisci con contenuti che non ti fanno sentire a tuo agio, dillo a qualcuno. Invia subito una segnalazione nell’app per migliorare l’esperienza di tutti, compresa la tua.
  6. Se qualcuno ti mette a disagio o se usare Facebook in generale ti fa sentire triste o ti causa stress, confidati con qualcuno vicino a te. Non c’è niente di sbagliato nel prendersi una pausa dai social media.
  7. Non dare informazioni personali a persone appena conosciute. È buona regola non condividere il tuo indirizzo o la tua posizione esatta quando fai qualcosa, così come non condividere altri dettagli privati sulla tua vita. Lo stesso vale per la condivisione di informazioni sui tuoi amici senza la loro autorizzazione: non farlo.
  8. Comportati bene. I tuoi comportamenti sono come un boomerang: ciò che fai agli altri, ti tornerà indietro. Non lesinare complimenti e assumi un atteggiamento positivo quando interagisci con i contenuti di altre persone.
  9. Fidati del tuo istinto. Se qualcosa non ti torna nel comportamento di un amico di Facebook, parla con lui. Se non sai se condividere un contenuto o se un link ti sembra strano, fidati del tuo istinto.
  10. Aiuta gli altri. Supporta gli amici più svantaggiati di te, che devono affrontare più difficoltà o hanno semplicemente bisogno di una mano. Se noti che stanno vivendo esperienze negative online, intervieni. Aiutare gli altri significa impegnarsi perché possano far sentire la loro voce.

Fin qui i consigli. Qualcuno un po’ buffo (per esempio il consiglio 1: è chiaro che i ragazzi si dicono cose tra loro che non sempre vorrebbero leggere davanti ai genitori o ai nonni).

Ma complessivamente ragionevoli e anche utili, anche se di stile un po’ paternalistico. E forse è questo stile che ci aiuta a capire come mai molti ragazzi stiano abbandonando Facebook a favore di altri medium come Instagram o WhatsApp.

Al di là dell’iniziativa di Facebook, la questione dei pericoli del Web è comunque una questione molto seria e da non sottovalutare. Richiede consapevolezza da parte di scuole, adulti, ragazzi…

E’ utile, parlarne, documentarsi. Anche People For Planet ha dedicato uno spazio ai pericoli del Web in una puntata del corso di Jacopo Fo e Nicola Delbono su come farsi un blog

I pericoli del Web (Parte 12 – VIDEO)

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Claudia, Olga e Rosa sono Ecoplanner

Mer, 05/16/2018 - 04:59

A Roma, tre ragazze, hanno avviato un’attività di Ecoplanner, l’organizzazione di eventi ecosostenibili.
“Disegniamo il tutto nei minimi dettagli per realizzare un evento “diverso” che sappia raccontare un altro modo di vivere, un evento che sia etico e consapevole, che racchiuda una serie di scelte di consumo, utili per noi, per gli altri e per l’ambiente che ci circonda.”

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Scuole e maialini

Mer, 05/16/2018 - 04:20

Lunedì scorso, 14 maggio, è crollato il tetto di un’aula dell’Istituto Industriale Montani di Fermo: per pura coincidenza, nessun ferito. Che fine ha fatto il piano di edilizia scolastica indetto nel 2004? E in che senso l’edilizia è la cartina tornasole sociale più affidabile?

Vale la pena ripercorrere qualche dato: il primo censimento delle scuole italiane fu ordinato da Prodi nel 1996 al fine di avviare la riabilitazione degli edifici scolastici, per la maggior parte costruiti prima degli anni ’80, pericolanti e a rischio crollo. Nel terremoto del 2002 che colpì il Molise, a San Giuliano di Puglia crollò un solo edificio: la scuola elementare. In quel momento erano presenti 8 insegnanti, 2 bidelli e 58 bambini. Morirono 27 bambini e 1 insegnante.

Berlusconi inserì  fra le Grandi Opere un “Piano straordinario di messa in sicurezza degli edifici scolastici” (Art. 3 comma 91 Legge 350/2003 Finanziaria 2004) che però non prevedeva stanziamenti, perché non si conoscevano né le scuole a rischio né le entità dei rischi. Il censimento ordinato nel 1996 non era mai stato eseguito. Ancora nel 2006 non era pronto, quindi si procedette per approssimazione: mezzo miliardo di euro avrebbero dovuto mettere in sesto 1.593 edifici scolastici. Un’impresa basata su stime matematiche degne della distribuzione dei pani e dei pesci di Gesù.

Oggi chiunque acceda al Silos (Sistema informativo Legge Opere Strategiche) e scorra il Piano straordinario per l’edilizia scolastica e messa in sicurezza, può leggere:

“Dalla Relazione semestrale del MIT sull’avanzamento al 30 giugno 2016 del Piano straordinario per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche, con particolare riguardo a quelle ubicate in zone a rischio sismico, I e II programma stralcio (Legge 289/2002, Art. 80, comma 21), risultano attivati dagli Enti locali beneficiari 1.378 interventi (pari all’86,5% del totale interventi programmati) dell’importo di 414 Meuro (l’84,7% del valore intero del Piano). I lavori ultimati risultano invece 951 (59,7% ) per un importo complessivo di 269 Meuro 55,1% del totale)”.

Traducendo dal burocratese, significa che dal 2004 a oggi è stato messo in sicurezza soltanto il 59% delle scuole considerate in emergenza. Detto in altri termini: 6 su 10 in 16 anni.

Spulciando fra i rapporti destinati alla Camera dei deputati, salta fuori un altro piano previsto per il ripristino delle scuole, che dal nome evoca una certa urgenza: Piano straordinario stralcio di interventi urgenti sul patrimonio scolastico. L’ultima segnalazione dell’ufficio studi della Camera risale all’ottobre 2013: Su 1706 interventi ritenuti “urgenti” ne risultano ultimati soltanto 19. Forse scritto in lettere il numero sembra maggiore: diciannove. O forse no.

Anche senza una laurea in ingegneria edile, ciò che si profila non è esattamente la tabella di marcia che ci si aspetterebbe da Governi che, prima con la Gelmini, poi con la Boschi, hanno fatto del rinnovo della scuola medaglia da appuntare alla giacchetta.

E se può sembrare paradossale che le Ferrovie dello Stato attuino pedissequamente un piano di sicurezza  (al punto da negare le panchine ai viaggiatori) più di quanto abbiano fatto i Governi con gli edifici scolastici, l’ingegnere Carlo Emilio Gadda – che nemmeno per un istante e in nessun romanzo, racconto o favola smise di essere “l’ingegnere in blu” -novant’anni fa scriveva:

“La casa degli umani si trasforma. La nostra casa, oggi, non è più quella di trent’anni fa. Le ragioni? Ragioni tecniche, ragioni economiche: escluderei affatto le ragioni morali”.

Sfugge perché in Cina, nonostante il prezzo della carne suina sia ormai da otto anni ai minimi storici, gli allevatori della società agricola privata Guangxi Yangxiang stiano investendo negli alberghi a 13 piani, con ascensori dedicati e piani con impianti di ventilazione appositi progettati da un’azienda olandese, per allevarci scrofe e maialini.

Ormai prossimi alle distopie di Orwell, c’è da dire che l’unico specchio che non sfina né ingrassa le silhouettes della società è l’edilizia. Con i suoi tetti, i suoi interni, i suoi crolli e i suoi inquilini, l’edilizia restituisce l’immagine di chi siamo. Né più né meno.

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Imparare la matematica divertendosi

Mar, 05/15/2018 - 11:09
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