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Turismo sostenibile: tutti ne parlano ma che fatica…

People For Planet - 34 min 41 sec fa

Bandire la plastica e ricordare ai viaggiatori che non è il caso di lavare ogni giorno la biancheria è utile, ma non basta la loro collaborazione per diventare una struttura alberghiera eco-friendly a tutti gli effetti. Esistono hotel all’avanguardia in questo campo, ma moltissimi ancora faticano a trovare una via d’uscita, soprattutto in Paesi come l’Italia dove la maggior parte sono medio-piccoli, a conduzione familiare e con un budget limitato a disposizione. È complicato adeguare nel giro di poco tempo una struttura datata alla necessità di offrire sistemi smart, moderni, in grado di minimizzare i consumi di energia, ottimizzare l’utilizzo delle risorse e soddisfare gli ospiti più attenti al Pianeta. Eppure qualche mossa efficace può aiutare a risparmiare risorse e a diventare più sostenibili da subito.

Tree Hotel, Harads, Svezia Non siamo tutti Greta…

Greta Thumberg ha deciso di evitare l’aereo e di attraversare l’Oceano Atlantico per arrivare al summit sul clima di New York del 23 settembre in barca a vela. La barca è quella di Pierre Casiraghi, la Malizia II, e non ha né bagno né cucina. Ci si arrangia con dei secchi per i bisogni, il cibo è liofilizzato, l’energia elettrica è prodotta con pannelli solari. Grandi propositi, seguiti da altrettanto grandi polemiche. La più ricorrente riguarda proprio Casiraghi, la cui famiglia figura tra i proprietari della Monacair – Monaco Helicopter Charter Company, che fa decollare qualcosa come 50 voli al giorno da Nizza o da Monaco. Elicotteri. Gli stessi elicotteri contro cui Greta si scaglia e che rappresentano un modo di viaggiare da cui dobbiamo slegarci sempre di più per evitare emissioni inutili di CO2. La verità, però, è ancora più semplice: la barca di Casiraghi costa qualcosa come 4 milioni di euro, è stata usata durante una serie di regate e sottoposta a manutenzione costante. Nessun cittadino comune desideroso di attraversare l’oceano per vedere la Grande Mela potrebbe permettersi un simile viaggio in barca in nome di un risparmio di CO2. In molti casi, se non esistono treni o altri mezzi meno inquinanti a disposizione, l’unica soluzione per evitare le emissioni generate da un volo è non viaggiare. No, non siamo ancora disposti a tanto e speriamo utopicamente che siano le compagnie aeree a rivelarci presto un piano serio per ridurre drasticamente le emissioni legate ai nostri spostamenti.

I viaggiatori vorrebbero più sostenibilità

Il Sustainable Travel report di Booking.com conferma la sensazione che spesso proviamo al momento di prenotare una struttura: vorremmo scegliere hotel attenti al proprio impatto ambientale, ma spesso non sappiamo come procedere, non troviamo filtri chiari sui motori di prenotazione, oppure non possiamo spendere di più per viaggiare sostenibile. Lo dice il 36% del campione intervistato. Percentuali simili indicano che spesso le mete descritte come sostenibili risultano meno appetibili (questo denota un problema di comunicazione delle destinazioni) e l’impossibilità di viaggiare sostenibile per via di impegni obbligati che mal si sposano con i buoni propositi. Resta però il fatto che il 72% dei viaggiatori sia convinto della necessità di prendere decisioni di viaggio sostenibili per salvare il Pianeta e preservarlo per le generazioni future, ma poi mancano informazioni chiare sulle ecolabel per le strutture ricettive, sebbene un terzo del campione sarebbe contento di scegliere un hotel in base a standard internazionali.

L’altro problema cronico è che si rivela più complicato fare scelte sostenibili quando si è in vacanza. Lo sappiamo tutti: viaggiare richiede organizzazione e verificare che ogni spostamento ed ogni attività siano ad impatto ambientale contenuto implica un’organizzazione ancora maggiore, spesso diventa una giungla. Ecco perché il 31% pensa che le vacanze siano un momento speciale, durante il quale non vuole preoccuparsi della sostenibilità. Questa risposta, vista da un’altra prospettiva, significa che viaggiare nel rispetto dell’ambiente deve diventare più semplice e le aziende dell’ospitalità devono darci una mano a rendere i comportamenti eco-friendly più agevoli da mettere in pratica.

Essere hotel plastic free non basta

Bisogna agire su sprechi e risparmio di risorse

Ormai è anche una moda, quella di bandire la plastica dagli esercizi commerciali. Una moda che ci piace e fa bene al Pianeta, ma non è sufficiente. Per un hotel bandire prodotti e stoviglie monouso dalla sala colazioni e nelle stanze è certamente un notevole passo avanti e può far risparmiare anche in termini monetari, ma è soltanto un piccolo passo, per quanto apprezzabile. Bisogna agire anche su altri fronti, che possono peraltro condurre ad un risparmio sul lungo periodo.

È necessario, soprattutto, riflettere seriamente sullo spreco di energia e puntare all’ottimizzazione delle risorse. “Riorganizzare” è la parola chiave. E qui scatta il vero problema: occorre investire sulla struttura, ad esempio puntare su interventi di isolamento termico o coibentazione, occorre dotarsi di infissi nuovi e sistemi di riscaldamento e ventilazione moderni, a basso consumo ed elevate performance.

È l’intero sistema-hotel che va ripensato. La MGM Resort International di Las Vegas, qualche anno fa, ha scelto di pagare una penale di 86 milioni di dollari per rescindere il contratto con la Nevada Power e passare da un operatore che garantisse l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. Motivo: gli ospiti sono diventati più attenti a questi aspetti. D’altra parte, il cliente ha sempre ragione…

Cibo, elettrodomestici, rifiuti, illuminazione

Non è complicatissimo, per certi versi, rendere un hotel più sostenibile. Pensiamo al cibo. La comunità locale può offrire prodotti a km zero di qualità altissima, che non hanno bisogno di essere trasportati fino a destinazione generando emissioni inutili. Il menu del ristorante può offrire pasti vegani o vegetariani ed evidenziare la scelta di partner affidabili, che offrono prodotti genuini e bio. Utilizzare l’acqua del rubinetto è ovviamente preferibile alle bottiglie di plastica, per quanto siano riciclabili se conferite negli appositi contenitori. A questo proposito, non di rado si trovano contenitori per la raccolta differenziata negli spazi comuni ma non nelle camere… per quale motivo? Gli ospiti vanno messi in condizione di seguire comportamenti corretti. L’acqua è una risorsa preziosa non solo in tavola, per evitare sprechi si possono installare riduttori di flusso sui rubinetti, mentre l’acqua piovana si può raccogliere, trattare e destinare all’irrigazione o agli sciacquoni.

Non dimentichiamo la questione illuminazione, uno dei tasti dolenti. Le chiavi magnetiche assicurano che le luci delle stanze siano spente all’uscita degli ospiti, ma non tutte le strutture funzionano così. Si può però porre rimedio allo spreco di energia montando almeno sensori di movimento e, naturalmente, scegliendo lampadine a led o a basso consumo. Dovrebbe essere già così da tempo. Stesso discorso per gli elettrodomestici: se vanno cambiati, meglio spendere qualcosa in più e scegliere modelli di Classe A. Se poi l’energia e l’acqua calda vengono prodotte utilizzando pannelli solari, ancora meglio (ma anche questo implica un investimento non sempre possibile).

Gli ospiti vanno sempre coinvolti. Ogni scelta va comunicata efficacemente attraverso talloncini, brochure, contenuti sui canali online, altrimenti nessuno saprà mai di dover scegliere proprio quella struttura perché al Pianeta ci tiene quanto i viaggiatori. Sarebbe utile anche offrire biciclette a noleggio, dotarsi di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici o almeno proporre itinerari e soluzioni per incentivare la mobilità sostenibile.

Quando poi gli ospiti se ne vanno entra in gioco il reparto housekeeping. Per la pulizia esistono da anni prodotti eco. Bando ai detersivi nocivi per l’ambiente e alle sostanze chimiche. I prodotti sostenibili detergono allo stesso modo, così come i prodotti per l’igiene personale che vengono solitamente inseriti nei set di cortesia a disposizione nelle camere e che, troppo spesso, comprendono ancora flaconi monodose in plastica (in qualche caso del tutto inutili e inutilizzati).

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Clima, nel Mediterraneo i danni arriveranno prima

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 15:30

Gli scienziati dell’Union for the Mediterranean, l’organizzazione intergovernativa che riunisce tutti i paesi UE e 15 paesi del Mediterraneo orientale e meridionale, hanno presentato, giovedì a Barcellona, un rapporto in cui è emersa la drammatica accelerazione dell’innalzamento delle temperature nell’area mediterranea, già sopra 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il che significa una velocità del 20% maggiore rispetto al resto del pianeta. Di questo passo, segnalano i ricercatori, entro il 2040 si arriverà a superare i 2,2°C con conseguenze disastrose per 250 milioni di persone.

Innanzitutto l’innalzamento del livello del mare: entro il 2100 potrebbe elevarsi di oltre un metro, a cui conseguirebbero alluvioni e scarsità di cibo, per via della scomparsa della biodiversità e dell’alta concentrazione di sale nel suolo, che porterebbe al collasso l’agricoltura dei territori costieri. 

Anche la siccità, dovuta alle sempre più frequenti ondate di calore, preoccupa il team di ricercatori. Infatti entro il 2040 molte zone si troveranno ad affrontare la sempre crescente scarsità di acqua, dovuta a una riduzione di 1000 metri cubi di acqua pro capite. 

Lo scenario che si palesa per i cambiamenti climatici in corso è molto grave. Le elevate temperature e il deterioramento della qualità dell’aria incideranno sulla salute delle persone, per l’aumentare delle patologie respiratorie e cardiovascolari, e sulla sicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e di raccolti infatti non potranno che causare carestie.

 Ne risentiranno direttamente gli ecosistemi, minacciati dall’eccessivo sfruttamento del suolo, del mare e dall’alta concentrazione di inquinamento atmosferico. Le specie marine si stanno riducendo a causa dell’acidificazione e dell’aumento delle temperature del mare e questo comporta anche il proliferare di insetti, come le zanzare, portatori di malattie.

L’unico modo per far fronte al peggioramento climatico della zona del Mediterraneo è di adottare misure concrete per la riduzione dei gas serra. Il futuro fosco illustrato dagli scienziati è molto più vicino di quanto pensiamo.

Photo by Tanishq Tiwari on Unsplash

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L’intollerabile infamia contro i curdi

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 15:09

200mila civili, chi braccato nell’area di confine nel nord est della Siria, chi costretto a lasciare la propria casa, e secondo l’Onu, il numero degli sfollati può aumentare fino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati, e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita dagli attacchi dell’esercito turco. 

I curdi sono una popolazione alla quale l’intero Occidente deve molto

Dal 2014 hanno combattuto eroicamente contro l’avanzata dell’Isis annientando di fatto il Daesh e rappresentano, di fatto, un’idea di Stato democratico, laico, evidentemente intollerabile a molti Stati del Medio Oriente. Uno Stato che i curdi aspettano dal 1920, quando con il trattato di Sèvres conobbero la gioia di vedere lo Stato del Kurdistan presente sulla cartina geografica, Una gioia durata 3 anni, distrutta dal turco Mustafa Kemal: nel 1923, con il Trattato di Losanna, la comunità curda venne smembrata tra Turchia, Siria, Iraq e Iran

“La Turchia è membro della Nato? Lo è. La maggioranza dei Paesi Ue sono membri Nato? Lo sono. Da quando le organizzazioni terroristiche vengono difese da membri della Nato?” ha dichiarato durante la giornata di lunedì il presidente turco Erdogan. 

Migliaia di civili che Erdogan si permette di chiamare terroristi

“I servizi sanitari nell’area, già indeboliti, hanno avuto conseguenze gravi dagli ultimi sviluppi – scrive in un comunicato l’Oms – L’ospedale nazionale di Ras al-Ain è chiuso e l’ospedale nazionale e due centri sanitari a Tall Abyad hanno servizi limitati dal 12 ottobre a causa dell’escalation delle ostilità che ha impedito l’accesso del personale. Tutte le strutture nei campi profughi ad Ain Issa e Ras al-Ain sono state evacuate”. 

L’esercito turco, secondo, dopo quello americano, per numero di soldati tra i Paesi membri della Nato, sta attaccando ogni base e appoggio civile: ospedali, centrali idriche, sedi di organizzazioni non governative. 

Nel nord della Siria erano rimaste solo due ong italiane, tra cui Un ponte per (Upp). È di ieri la notizia che è stata costretta a evacuare. Ora sul territorio è rimasta solo Mezzaluna rossa Kurdistan Italia onlus.

Cosa possiamo fare? Sostenerli

Tramite PayPal, che è immediato, basta accedere qui (e disattivare l’opzione dal riquadro “stai facendo un acquisto”, così l’importo arriva loro intero, senza commissioni), oppure, per chi non ha un conto PayPal, tramite qui.  

Anche la Chiesa, tramite l’organismo pastorale, si è mossa lanciando una colletta. Nel corso del 2019, Caritas Siria sta attuando 15 progetti per 6,3 milioni di euro, portando aiuto in tutto il territorio nazionale siriano a più di 100.000 persone, attraverso la distribuzione di aiuti alimentari, beni di prima necessità, sussidi economici, assistenza medica e psicologica, sostegno all’educazione scolastica e all’alloggio, protezione per i più vulnerabili (bambini, anziani e donne). Oggi servono aiuti ulteriori, urgenti. Si può donare attraverso il conto corrente postale n. 347013, con una donazione on-line sul sito www.caritas.it, o tramite bonifico bancario con causale “Emergenza Siria” a uno dei conti bancari elencati alla fine di questo articolo dell’Avvenire.

L’Europa deve decretare un embargo di ferro alla Turchia

E lo deve fare finché questa vergognosa aggressione al popolo curdo non finisce. Basta qualsiasi cosa alla Turchia. Niente viaggi e turismo, niente acquisti di prodotti turchi, facilmente individuabili dalle prime tre cifre del codice identificativo 869. “Che c’entra l’economia di un popolo con le scelte del suo Governo?”, chiede qualcuno, magari dal morbido della propria poltrona del proprio salottino illuminista. C’entrano, c’entrano sempre, e c’entrano sempre di più

Aspettare che l’Italia smetta di esportare armi alla Turchia (come ha soltanto promesso), che la Nato imponga una No Fly Zone, che l’Unione europea assuma una posizione sanzionatoria dura, unita, in grado di compensare la sua assoluta e programmatica inconsistenza in ambito militare non è sufficiente. Si chiede sempre che i governi si assumano le responsabilità delle popolazioni che rappresentano, ma mai che queste si assumano le responsabilità dei propri governi, quasi che il rapporto, anziché reciproco, fosse unilaterale

Il danneggiamento della stazione di pompaggio di Ras Al Ain, la principale fonte di acqua per quasi tutta l’area attaccata dall’esercito turco, ha aumentato il rischio di epidemie di malattie infettive: “Anche prima dell’escalation, diarrea acuta e febbre tifoide erano due delle malattie più frequenti nel nord est della Siria. L’aumento delle persone sfollate, il sovraffollamento e l’accesso limitato ad acqua e servizi sanitari provocheranno con grande probabilità un aumento delle patologie legate all’acqua. L’Oms chiede a tutte le parti del conflitto di preservare il diritto alla salute di centinaia di migliaia di civili innocenti, inclusi gli operatori sanitari e i pazienti”.

Crediamo nella democrazia, ma dobbiamo riconsiderare i nostri alleati

Lo ha detto Mazloum Abdi, comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane, fazione arabo-curda collegata all’Ypg, spiegando su Foreign Policy la decisione dei curdi del Rojava di allearsi con Damasco in funzione anti-turca. L’accordo è arrivato grazie alla mediazione russa. “Noi non crediamo alle loro promesse – ha puntualizzato Abdi – ma è una questione di sopravvivenza”. 

Sopravvivere, nessuno dovrebbe ambire a sopravvivere

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Influenza, previsti 6 milioni di contagi. Parte oggi la campagna vaccinale

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 12:30

Parte oggi la campagna vaccinale contro l’influenza stagionale 2019-2020 che secondo le stime metterà a letto, nel corso dell’inverno, circa sei milioni di italiani. Il vaccino, spiegano i medici di medicina generale e i virologi, è molto importante per prevenire il diffondersi del contagio nella popolazione e soprattutto per evitare le complicanze più gravi che possono essere molto rischiose soprattutto per le fasce di popolazione più fragili, come bambini piccoli e anziani.

Come spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano nonché direttore scientifico di Osservatorio Influenza, quest’anno sono in circolazione due nuove varianti dei virus – H1N1 e H3N2 – che possono sviluppare forme influenzali particolarmente severe con un rischio maggiore di complicanze soprattutto nella fascia d’età pediatrica e nella popolazione anziana, rispettivamente. “La stagione influenzale in termini di stime potrà colpire circa 6 milioni di persone. È importante prepararsi all’inverno proteggendosi con il vaccino anti-influenzale. Purtroppo ancora oggi è necessario fare informazione per educare la popolazione, soprattutto le categorie a rischio, a ricorrere alla vaccinazione. Le domande arrivate in questi anni al sito Osservatorio Influenza evidenziano ancora il bisogno di spiegare in cosa consiste il vaccino, perché è opportuno eseguirlo, come gestire persone che sono fragili già a causa di altre malattie”.

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Influenza e sindromi parainfluenzali 

Spesso l’efficacia della vaccinazione viene messa in discussione da una mancata conoscenza delle differenze tra i virus che causano l’influenza cosiddetta “stagionale” e che il vaccino contrasta, e i virus – ne esistono oltre 250 – responsabili delle cosiddette “sindromi parainfluenzali”, caratterizzate da sintomatologie simili.
 
L’influenza vera e propria si manifesta con febbre alta oltre i 38°, tosse e dolori muscolari. Altri sintomi comuni includono mal di testa, brividi, perdita di appetito, affaticamento e mal di gola. Possono verificarsi anche nausea, vomito e diarrea, specialmente nei bambini. La maggior parte delle persone guarisce in una settimana o dieci giorni, ma alcuni soggetti (quelli di 65 anni e oltre, bambini piccoli e adulti e bambini con patologie croniche), sono a maggior rischio di complicanze più gravi o peggioramento della loro condizione di base.

Chi può vaccinarsi

Il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti che desiderano evitare la malattia influenzale per varie motivazioni (timore della malattia, viaggi, lavoro, ecc) e che non abbiano specifiche controindicazioni. Il vaccino deve essere acquistato in farmacia con prescrizione medica.

Per chi è raccomandata la vaccinazione?

Come si legge sul sito del ministero della Salute il vaccino anti-influenzale viene invece offerto gratuitamente ai soggetti che per le loro condizioni personali corrono un maggior rischio di andare incontro a complicanze nel caso in cui contraggano l’influenza:

  • donne che all’inizio della stagione epidemica si trovano nel secondo e terzo trimestre di gravidanza
  • soggetti dai 6 mesi ai 65 anni di età affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza
  • soggetti di età pari o superiore a 65 anni
  • bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale
  • individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti.
Non è subito efficace

La protezione indotta dal vaccino comincia due settimane dopo l’inoculazione e perdura per un periodo di sei-otto mesi, poi tende a declinare: per questo motivo, e poiché i ceppi in circolazione possono subire mutazioni, è necessario sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale all’inizio di ogni nuova stagione influenzale.

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La differenza sempre più sottile tra sport e marketing sportivo

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 12:00

Lo ammettiamo: siamo tra coloro che non si sono esaltati per l’impresa di Kipchoge che a Vienna questo fine settimana ha corso la maratona in meno di due ore. È stato superato un limite storico, le Colonne d’Ercole dell’atletica leggera. Un record che inevitabilmente evoca il dibattito sull’eterna sfida dell’uomo ai propri limiti. 

L’impresa di Kipchoge

Un record, per chi non lo sapesse, che non è stato omologato dalla federazione internazionale di atletica leggera. Perché non ottenuto nel corso di una gara, bensì di un tentativo ad hoc. Una sorta di record dell’ora di ciclismo, con la differenza che quella è una vera e propria specialità. Anche in occasioni di tanti superamenti di record dell’ora su due ruote, la tecnologia ha avuto un ruolo importante. A partire dal 1984 e dal primato stabilito da Francesco Moser con l’equipe del professor Conconi. Moser fu il primo a sforare il muro dei 50 chilometri in un’ora in bicicletta. Non a caso, anni dopo, quel record fu eliminato e derubricato a “miglior prestazione umana sull’ora”. 

Kipchoge è sceso sotto le due ore in un’impresa che potremmo definire di marketing sportivo, di comunicazione sportiva. Ma bisogna stare attenti ad alzare troppo il sopracciglio, perché è lo sport in generale che sta virando un questa direzione. Il tentativo del keniano è stato sponsorizzato interamente dall’azienda petrolchimica Ineos e dal suo numero uno Jim Ratcliffe. Un grande evento tra il marketing e l’agonismo. Con sette atleti che hanno collaborato al primato – in gergo si chiamano lepri – e con un’automobile sempre davanti a loro, con il tempo in sovrimpressione e un raggio laser sparato per dare il ritmo da seguire, la linea da tenere per scendere sotto le due ore. Kipchoge non è mai stato in testa, nemmeno per un chilometro sui quarantadue previsti. È sempre stato dietro il servizio di scorta agonistica, protetto dal vento. Ha corso “in carrozza” fino a quattrocento metri dal traguardo. Tutto questo in una competizione ordinaria non avviene. 

Cosa accade nel mondo del nuoto

Così come ai Mondiali di nuoto o alle Olimpiadi non si nuota in vasca da 25 metri, con fasci di luce indaco che attraversano la piscina e musica sparata a mille per due ore di fila (al punto da non riuscire ad ascoltare chi ti sta vicino). È quanto accade all’International swimming league (Isl), definita la Champions del nuoto, che nel week-end ha fatto tappa a Napoli. Anche qui c’è un finanziatore, in questo caso anche creatore dell’iniziativa: l’ucraino Konstantin Grigorishin. Ha dato vita a un circuito mondiale con tre tappe negli Stati Uniti, tre in Europa e la finale a Las Vegas. Il format è standard: una serie di gare (individuali e staffetta), con gli atleti divisi in quattro squadre. Le due gare finali ricordano le vecchie sei giorni di ciclismo: la gara all’australiana, con l’ultimo che viene eliminato ogni due giri. In piscina si disputano i cento metri stile libero: si parte in otto, in semifinale si resta in quattro e poi si svolge la finale a due. Gli atleti si divertono, il pubblico gradisce (soprattutto i più piccoli, ma non solo), i tradizionalisti storcono il naso soprattutto di fronte a questo spettacolo così distante dall’atmosfera classica del nuoto.

Lo sport sta cambiando sotto i nostri occhi

La scorsa settimana, il quotidiano spagnolo El Paìs ha intervistato il direttore generale del Liverpool Peter Moore che ha dedicato la sua vita al marketing dei videogames (Sega, Microsoft). Oggi è tornato nella sua città natale e svolge il suo lavoro per i Reds. Ha spiegato quanto sia cambiato il modo di vivere lo sport e quanto oggi sia difficile per gli sport attrarre il pubblico giovane. 

«Ci contendiamo il tempo di attenzione dei giovani. Un tempo si era legati al momento in cui tuo padre ti portava allo stadio. Oggi non succede più e non perché i giovani non siano più legati al calcio. Ma perché, attraverso la connettività, l’offerta per i più giovani è più ampia. Possono fare molte altre cose nella vita. Oggi non c’è mai tempo. Nel dopoguerra, c’erano le carte e il football. Il calcio di oggi richiede ore di attenzione. Il bambino moderno ha la giornata parcellizzata: dieci minuti qui, quindici minuti lì. Tutti gli sport hanno questo problema, anche la Nfl».

E ancora: «Il calcio deve coinvolgere di più i giovani. Stiamo considerando nuove angolazioni per le telecamere, immagini che ti fanno sembrare più vicino al campo, qualcosa che somigli al videogioco di Ea, Fifa. Dobbiamo pescare dove ci sono i pesci. Oggi i ragazzi preferiscono rimanere nelle loro stanze a guardare i loro youtuber preferiti o giocare a Fortnite, a Fifa, a Impact Legends. Quando ero piccolo, ho interagito giocando a calcio perché non c’era altro modo».

Il calcio, gli sport, devono somigliare sempre più ai videogames, devono diventare sempre di più “eventi”. Altrimenti non si vendono, quindi non attirano sponsor e non possono autosostenersi.

Può piacere o no, è questa la direzione imboccata. 

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Un Nobel, anzi tre, contro la povertà

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 10:44

Il premio Nobel per l’Economia è andato ad Abhijit Banerjee, Esther DufloMichael Kremer per “il loro lavoro mirato a cercare un nuovo approccio per trovare risposte affidabili su come alleviare la povertà”.

Sono giovani i tre premi Nobel per l’Economia del 2019: Banerjee ha 58 anni ed è un economista indo-americano e lavora al Massachusetts Institute of Technology (MIT); Duflo, che ha 46 anni, è un’economista franco-americana e anche lei è impiegata al MIT; Kremer ha 54 ed è un economista americano dell’Università di Harvard.

I loro studi mirano a individuare quali investimenti hanno un maggior impatto sulla vita dei più poveri e per elaborarli hanno compiuto ricerche in India e in molti Paesi africani. Negli anni ’90 in particolare “Hanno dimostrato quanto possa essere efficace un approccio sperimentale, usando test sul campo per mettere alla prova una serie di interventi che avrebbero potuto migliorare i risultati scolastici nel Kenya occidentale”

Nella motivazione al Premio si legge anche: “Come risultato di uno dei loro studi, più di 5 milioni di ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo”.

Un nuovo approccio al problema della povertà globale

Come, per esempio “Suddividere questo problema in questioni più piccole e più gestibili, come ad esempio gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini” si legge ancora nella motivazione.

Un Nobel non istituito da Alfred Nobel

Il premio Nobel per l’Economia esiste dal 1968, quando la banca centrale svedese fece una ricca donazione alla Fondazione Nobel. Il premio infatti si chiama “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. A parte questo dettaglio, il premio Nobel per l’Economia viene assegnato con le stesse modalità e consegnato esattamente come tutti gli altri premi.

Leggi anche:
Premio Nobel per la Letteratura a Olga Tokarczuk e Peter Handke

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Banche: il Profilo di Rischio, questo sconosciuto

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 07:00

Dopo aver scelto la banca e la tipologia di conto corrente è ora di compilare il proprio Profilo di Rischio. Se non si fa attenzione può diventare una cosa molto rischiosa…
Seguite i consigli di Vincenzo Imperatore!

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 22 OTTOBRE 2019!

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Pesticidi addio: vietato il glifosato nelle produzioni a marchio Coop e nei terreni di interi Comuni

People For Planet - Mar, 10/15/2019 - 07:00

Il glifosato, l’erbicida più usato al mondo, è un preparato non selettivo, ovvero uccide qualunque pianta e – così facendo – là dove spruzzato, crea assenza di vita.

Questa pratica di diserbo è erroneamente considerata come alternativa agli interventi meccanici ed è utilizzata sia dagli agricoltori per il controllo degli infestanti, sia dai semplici cittadini che irrorano fasce erbose nei pressi delle loro abitazioni.

Ma le notizie buone ci sono e sono più di una.

Da maggio di quest’anno la Coop ha eliminato il glifosato dai prodotti ortofrutticoli a proprio marchio, perché ritenuto dannoso per la biodiversità e perché sospetto cancerogeno secondo la IARC (International Agency for Research on Cancer, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) da ormai diversi anni, senza smentite, anzi.

Ma non è l’unico pesticida messo al bando da frutta e verdura della Coop: lo sono anche terbutilazina, s-metalacror, bentazone.

Agli inizi di febbraio è stata anticipata una lettera ai 116 fornitori a marchio Coop in modo che potessero organizzarsi per ricorrere a modalità alternative, ma saranno comunque concesse temporanee eccezioni in caso di oggettiva difficoltà,  che i fornitori dovranno comunicare in anticipo.

I primi frutti liberi dai pesticidi sono state le ciliegie, seguite dai meloni, sarà poi il turno di uva e clementine, per un totale di 15 colture nel corso del 2019.

Nei prossimi tre anni questo divieto verrà esteso a tutte le famiglie dei produttori ortofrutticoli a marchio Coop per un volume di 100.000 tonnellate di prodotti coinvolti.

«L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per il consumo di pesticidi per ettaro coltivato che possono residuare negli alimenti e al tempo stesso contaminare l’aria, il suolo e l’acqua. Soprattutto le acque superficiali e sotterranee risultano contaminate da pesticidi con valori che spesso superano i limiti di qualità ambientale– si legge nella nota emessa da Coop sul proprio sito – Ridurre l’impiego dei pesticidi fino alla completa eliminazione delle molecole critiche è la strada da perseguire; Coop intende farlo attraverso step progressivi, in attuazione del principio di precauzione che ha assunto come linea guida.»

Ma non ci sono solo passi importanti da parte della grande distribuzione, verso la tutela di ciò che mangiamo e la tutela dell’ambiente agricolo: il Comune di Sesto Fiorentino in Toscana, ad esempio, con una delibera del giugno 2017, ha vietato da alcuni anni il glifosato su tutto il proprio territorio, in considerazione, si legge nella Delibera, dei dati allarmanti di inquinamento da pesticidi rilevati delle acque di Toscana e Umbria (Rapporto ISPRA Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), della classificazione del preparato come “probabile cancerogeno per l’uomo” (IARC) e “interferente endocrino”, dell’esposizione che quindi si può avere per persone, piante ed animali al prodotto sia attraverso l’acqua, le bevande, e gli alimenti.

Lo stesso ha fatto il Comune di Carmignano, in provincia di Prato che ha messo al bando il pesticida con Ordinanza – rinnovata anno per anno – su tutto il territorio comunale, aree pubbliche e private, agricole ed extra agricole. L’ordinanza avrà validità fino al 31 dicembre 2019. Altri Comuni italiani stanno deliberando, se non il divieto, l’aumento dei controlli e altri accorgimenti come la creazione di Sportelli informativi sui pesticidi usati in ambito locale. Se non è un divieto vero e proprio, si spera che, anche in questi casi dove sembra essere aumentata la sensibilità, possa presto diventarlo.

È di qualche mese fa la notizia che un Consorzio di produttori, con un estensione territoriale su più Comuni, per la stessa tipologia di produzione, in questo caso il prosecco nel Valdobbiadene, ha approvato un regolamento valido per tutti gli aderenti, dove si vieta l’uso del glifosato in queste coltivazioni  (https://www.peopleforplanet.it/il-consorzio-del-prosecco-conegliano-valdobbiadene-vieta-luso-del-glifosato/)

Senza contare i Biodistretti, i quali, per definizione, non possono applicare l’uso di pesticidi all’interno dei propri protocolli e che quindi, oltre all’assenza di impiego di glifosato possono dare garanzia di assenza di altri pesticidi e di qualità delle acque superficiali e profonde.

Altre Fonti:

Allegato alla Deliberazione consiliare n.100 del 29.06.2017  del Comune di Sesto Fiorentino (FI)

https://www.e-coop.it/stop-ai-pesticidi

Stop al glifosato a Carmignano, ordinanza rinnovata

Foto di Th G da Pixabay

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Alto Adige: non è (solo) questione di nome

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 16:08

Venerdì scorso il Consiglio provinciale di Bolzano è stato chiamato a votare il disegno di leggeDisposizioni per l’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma di Bolzano derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea“. Si tratta, in sintesi, di un intervento normativo di routine, per dare attuazione al diritto dell’Ue e nel contempo adeguare allo stesso l’ordinamento giuridico locale.

In quell’occasione è stato approvato un emendamento, che, all’interno del comma 2 del primo articolo, sostituisce, nel testo italiano, “sistema territoriale altoatesino” con le parole “Provincia di Bolzano”, a cui è seguita discussione se “provincia” vada con la “p” maiuscola o minuscola, trattandosi, nel caso di specie, di un territorio e non di una istituzione.

L’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale? È un’altra questione

I media hanno ripreso la notizia con molto clamore. In particolare è riportata con enfasi la dichiarazione del presidente Arno Kompatscher che nel corso del dibattito ha affermato «Credo che il Governo italiano non si permetterà di impugnare questa legge, l’impugnazione sarebbe un grave affronto, e comunque non ci sarebbero problemi davanti alla Corte costituzionale». Il punto è che quanto detto non aveva alcun riferimento con la questione “Alto Adige” e “altoatesino”, trattandosi invece di un problema di conoscenza delle lingue italiana e tedesca per esercitare la professione di medico…

Forse non vi è stato quindi quell’attentato alla Costituzione paventato dalla coordinatrice di Forza Italia per il Trentino Alto-Adige, Micaela Biancofiore, né, sembra, via sia quell’urgenza voluta da Fratelli d’Italia che sta per depositare un’interrogazione «per fare piena luce e chiedere al governo di impugnare questa vergognosa legge che in un colpo solo intende calpestare la nostra storia e la nostra Costituzione».

E lo stesso Kompatscher ha successivamente ribadito ai media che «La denominazione Alto Adige non è stata abolita … non sarebbe neanche possibile, visto che la denominazione della Regione Trentino Alto Adige/ Südtirol è sancita dalla Costituzione».

Sì, le parole sono importanti, e in una terra di frontiera come quella altoatesina/sudtirolese lo sono anche di più, perché si portano appresso il peso degli accadimenti storici – sconosciuti ai più – che lì hanno caratterizzato l’ultimo secolo.

Ma alla fine, in questo caso, “è proprio vero che la notizia della fine dell’Alto Adige è, come avrebbe detto Mark Twain, fortemente esagerata.”

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Bandire i SUV, cresce il movimento contro i mezzi più inquinanti e pericolosi

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 15:52

Non è difficile leggere nelle cronache di tutto il mondo di incidenti mortali causati da SUV. Anche in Italia sono all’ordine del giorno, e tra le vittime si annoverano soprattutto bambini. Bikeitalia ha lanciato in questi giorni l’appello: “non dovremmo forse iniziare a chiederci se è giunta l’ora di vietare la circolazione dei SUV nelle nostre città?”

SUV: inquinano e hanno un tasso di mortalità più elevato della media

Dotati di motori da 1,8 litri a 3 litri, i SUV hanno un tasso di mortalità più elevato della media – che si attesta all’1,4% per le berline tradizionali – arrivando sino al 2,4%. Non solo, per via dei motori più grandi e della massa pesante, i SUV generano emissioni di CO2 del 14% (16 g/km) superiori a un modello di autovettura a tre o a cinque porte equivalente.  Quindi, ogni spostamento del mercato dell’1% verso i SUV aumenta le emissioni di CO2 di 0,15g di CO2/km in media.

I SUV sono un paradosso, perché pericolosi anche per chi guida

Molte persone li acquistano per sentirsi più al sicuro, ma in realtà sono statisticamente meno sicuri delle auto normali, sia per i passeggeri che per gli altri.  Le probabilità di morire in un SUV sono dell’11% superiori rispetto a quelle di morire in una normale berlina.  La loro altezza li porta ad avere il doppio delle probabilità di capovolgersi negli incidenti e di uccidere pedoni infliggendo ferite alla parte superiore del corpo e alla testa. 

Le proteste dal basso si fanno sempre più frequenti, come le 25.000 persone che in occasione del Salone dell’Auto di Francoforte, hanno marciato sull’autostrada a piedi o in bici per protestare contro l’utilizzo dei SUV, per il loro alto livello di emissioni di CO2 e per l’incidente mortale di Berlino, per il quale sono morte quattro persone tra cui un bambino di 3 anni.

Leggi anche: Clima, Fiat tra le industrie auto che frenano le politiche green

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«Operaio, non costruire più armi»

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 15:00

I versi che proponiamo sono stati scritti da Padre David Maria Turoldo nel dicembre del 1972. Era ieri, sembra oggi.

Oggi: perché, in risposta all’embargo europeo alle vendite di armi alla Turchia, Erdogan ha affermato che «quelli che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano di grosso».
E in effetti, che intimidazione è quella che arriva a lucrativi affari già conclusi? Le armi vendute alla Turchia negli ultimi anni per un controvalore di diverse centinaia di milioni di euro costituiscono ora un arsenale completo al quale Erdogan può attingere in tutta libertà. Meraviglioso esempio di una stalla chiusa a buoi scappati.

Chi era Padre David Maria Turoldo

Teologo, filosofo, scrittore, poeta “ribelle”, antifascista, Padre David Maria Turoldo, vero nome Giuseppe Turoldo, friulano, è vissuto dal 1916 al 1992 e per le sue posizioni fu definito “la coscienza inquieta della Chiesa”.

Famiglia Cristiana lo descrive come un uomo innamorato di Dio. Carlo Maria Martini lo definì “profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini”

Salmodia contro le armi

La versione integrale di questa salmodia (canto o recitazione di salmi), che potete leggere qui, è molto lunga, ne riportiamo un estratto, è bellissimo, leggere per credere.

Operaio, non costruire più armi.
Ogni arma che fai sono moltitudini
di poveri e di operai ad essere uccisi,
con la tua stessa arma.
Come fai a prendere la paga
perché hai costruito armi?
Come fai a lavorare per la pace
se costruisci armi? Come puoi
accarezzare i tuoi bambini
dopo che le tue mani hanno costruito
un fucile, una bomba, una mitraglia?
Come fai a procreare creando armi?
Quando tutti finalmente capiranno,
tu domani sarai esposto al ludibrio
un povero, beffato, esposto al ludibrio!

Operai, lasciate le fabbriche di armi!
Tutti insieme in un solo giorno,
queste fucine di morte:
insieme provvederemo giustamente alla paga,
lasciatele a un giorno convenuto,
tutti gli operai del mondo insieme.
E scendete sulle piazze, tutti gli operai,
a un ordine da voi convenuto.
E andate sotto le “Case bianche”,
di tutte le capitali
e urlate tutti insieme, operai d’ogni specie,
questa sola parola: non vogliamo
più armi, non facciamo più armi!
Solo questo urlate insieme
nel cuore di tutte le capitali.
E poi vediamo cosa succede.
Per salvarci non c’è altro ormai.
Allora sarete voi i veri salvatori;
operai, fate questo
e vivrete. E vivremo.
E sarete invincibili.

Tutto il resto è un nulla di nulla
anche la religione senza questo
è un correre dietro il vento.
L’obiezione di coscienza:
un lusso inutile;
il movimento per la pace,
una componente del sistema;
non valgono queste contestazioni:
moti di inutili disperazioni.

Solo l’Utopia porta avanti il mondo.
Vale solo questo: la nuova salvezza
deve venire da voi operai.
Inutili sono le barricate
da lunedì sera a venerdì mattina
perché dopo viene il weekend.
Non vedete che vi comperano
con una seicento e un televisore?
E intanto vendono le armi che voi fabbricate
perché sparino contro di voi.

Né vale più dire guerra di offesa
guerra di difesa: sono sempre guerre.
Queste idee sono sempre micidiali
quando giungono al potere.
Perciò Cristo non vuole il potere.
“Caino, che hai fatto di tuo fratello? “
Ma intanto bisogna ammazzare Caino!
Invece, ” non uccidete Caino:
sarà ucciso sette volte
colui che uccide Caino! “
E’ stato così, è sempre stato così.
La spirale della violenza doveva
essere distrutta fin dall’origine.
Non c’è altra via di scampo:
non fare armi, operaio
non fare armi.
Allora sarai tu il nuovo Cristo che viene.
Anche a difesa di Dio
“Metti via la spada!”
Ma bisogna che facciamo così,
a un giorno convenuto, in tutto
il mondo. Gli operai che scendono
in piazza a gridare insieme:
“non facciamo più armi! “
Operai di tutto il mondo
(o ci salveremo insieme
o tutti insieme ci perderemo).
A gridare dico insieme sulle piazze:
“non vogliamo fare più armi! “
Alla vostra busta paga
tutti insieme ci penseremo.
Immaginate, operai, per grazia vostra
nessun’arma che spara sulla terra
nessuna portaerei che naviga sui mari
nessun fragore di bomba dal cielo.
Per grazia vostra, operai,
nessuna sirena che urla
nessun reggimento che marcia
in nessuna direzione,
perché non ha armi,
nessun lamento di uccisi: il silenzio, la pace!

In grazia vostra, operai.

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Bambini vittime di reati: in Italia sono sempre di più

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 13:13

In Italia il numero di bambini e delle bambine vittime di reati è in crescita: 5990 nel 2018, il 3% in più dell’anno precedente e il 43% in più rispetto al 2009, quando erano 4178. Abusi e violenze riguardano soprattutto bambine e ragazze, che rappresentano il 60% delle vittime. I dati arrivano dal nuovo dossier della Campagna ‘Indifesa’ di Terre des Hommes, organizzazione internazionale che si batte per la protezione dei bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento, che accende i riflettori sulla drammatica condizione in particolare delle bambine e delle ragazze nel mondo e sottolinea la necessità di garantire loro maggiore protezione anche nel nostro Paese.

Leggi anche: 25 novembre: Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Una vittima su tre ha subito reati in famiglia

Dal dossier giunto all’ottava edizione emerge che nel 2018 un terzo delle vittime – maschi e femmine – ha subito reati all’interno della famiglia. I maltrattamenti in famiglia con 1965 vittime (il 53% bambine o ragazze) sono cresciuti del 14%, e l’abuso dei mezzi di correzione è salito del 7% rispetto all’anno precedente. La violenza sessuale è il secondo reato in termini di vittime: 656 nel 2018, e l’89% riguarda bambine e ragazze. E mentre sono in diminuzione le vittime legate alla prostituzione minorile (-3%, 64% femmine), cresce il numero di minori vittime di pedopornografia (+3%, 80% bambine e ragazze).

“Il dossier della Campagna ‘Indifesa’ ricorda a ciascuno di noi che sulla lotta alle discriminazioni e alle violenze di genere il cammino è ancora lungo, anche per il nostro Paese”, ha commentato Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia. “Occorre un cambiamento culturale, che deve partire innanzitutto dalla politica. Sensibilizzare, favorire la conciliazione vita-lavoro, sanare il gender gap, sono passi importanti nella valorizzazione del femminile e nel contrasto alle discriminazioni. Servono azioni concrete e coraggiose, sono convinta che il Governo potrà percorrere questa strada e questo sarà il mio impegno”.

Nel mondo viene uccisa un’adolescente ogni 10 minuti

Ogni 10 minuti nel mondo un’adolescente viene uccisa e circa 15 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni durante la loro vita sono costrette a rapporti sessuali o altri tipi di violenza sessuale. Di queste, 9 milioni ne sono state vittime nell’ultimo anno. Mentre sono due milioni le ragazze al di sotto di 15 anni che restano incinte, impreparate ad affrontare una gravidanza che, nella metà dei casi, non è voluta: di queste, molte sono vittime di stupri e di matrimoni precoci con uomini molto più grandi di loro. 

Leggi anche: Bangladesh, l’Alta Corte abolisce la parola ‘vergine’ dai moduli di nozze

“Ogni anno dobbiamo fare i conti con bilanci drammatici che ci raccontano di abusi, violenze, sfruttamento e maltrattamento a danno di minori provenienti da ogni parte del mondo, Italia compresa. La maggior parte di queste piccole vittime sono bambine”,  ha affermato Donatella Vergari, presidente di Terre des Hommes. “Purtroppo ci sono ancora tanti fenomeni sommersi che coinvolgono e segnano per sempre un numero sempre maggiore di bambine e ragazze. Stupri, matrimoni precoci, sfruttamento del lavoro minorile, tratta di giovani ragazze e gravidanze non volute sono fenomeni all’ordine del giorno”.

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La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 11:00

Se fossi un cliente Unicredit con disponibilità sul conto corrente superiori a 100.000 euro, trasferirei tutto o comunque la parte eccedente la cifra summenzionata presso una altra banca. Perché sono italiano e sono figlio di Guicciardini.

Se dovessi invece esaminare, da analista, la decisione strategica di Mustier, AD di Unicredit, di applicare i tassi negativi sui conti dei clienti con saldi di almeno 100.000 euro, potrei ribadire, contrariamente a quanto negli ultimi giorni l’opinione pubblica sostiene, che non ci vedo nulla di strano.

Per comprendere la portata di questa apparente sequenza hegeliana occorre semplificare alcuni concetti di gestione di una azienda bancaria che probabilmente neppure i media hanno afferrato fino in fondo.

Seguitemi…

Le banche possono accantonare gli eccessi di liquidità (in soldoni la differenza tra ciò che raccolgono e ciò che prestano) presso la Banca Centrale Europea.

Molti operatori economico finanziari e associazioni di imprese hanno fortemente criticato la politica dei depositi presso la Banca Centrale Europea. Questo perché le banche hanno ottenuto grande liquidità da parte dell’Istituto Centrale perché riaprissero i rubinetti del credito a famiglie e aziende, ma sfortunatamente non è avvenuto quello che ci si aspettava.

Per tale motivo e quindi per incentivare le banche a prestare danaro i tassi deposito sono virati al negativo. Vale a dire che le banche che scelgono di depositare gli eccessi di liquidità presso la Banca Centrale Europea riceveranno poi una somma minore di quella iniziale. Tuttavia taluni istituti di credito, tra cui Unicredit, preferiscono anche questa opzione piuttosto che l’impegno verso operazioni più rischiose.

Unicredit, che al 30 giugno 2019 aveva 453.019 milioni di euro di depositi della clientela (gia’ in calo del 5,4% rispetto al dato del 31 dicembre 2018), ha ben pensato di trasferire il costo dei tassi negativi alle grandi imprese o a certi grandi clienti, sicuramente consapevole che tale manovra comporterà una ulteriore e probabilmente sostanziale riduzione delle masse raccolte.

Né più né meno di ciò che fa qualsiasi imprenditore quando scarica l’aumento dei prezzi della materia prima sul prezzo del prodotto finito da proporre ai propri clienti.

Perché scandalizzarsi ?

Piuttosto chiediamoci cosa potrebbe esserci dietro una tale decisone strategica, al momento unica nel panorama del nostro sistema bancario e, come abbiamo visto, particolarmente rischiosa.

Nulla di più coerente con quanto negli ultimi tempi Mustier ha esplicitamente dichiarato.

Basta solo mettere insieme (e non dimenticarsene) i pezzi del puzzle e lo scenario è chiaro.

Ogni amministratore, non sempre un genio, di azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi scaricandoli sui clienti. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo. Si trova nella condizione di dover necessariamente fare un trade-off economico.

Costa di più un euro di “sofferenza” per un prestito andato male o un euro di raccolta persa?

Sicuramente il primo !

Arriviamo quindi all’obiettivo primario di Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

E che probabilmente parla francese.

Leggi anche: Il “professor” Mustier sconfigge il sistema bancario

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6 consigli per difendere i minori che usano i social

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 07:00

Google, attraverso la sua popolare controllata YouTube, ha violato la privacy dei bambini ed è stato multato per la cifra record (giudicata comunque troppo leggera rispetto alla colpa) di 170 milioni di dollari. La società aveva consapevolmente e illegalmente raccolto dati sensibili di bambini e ragazzini, vendendoli a terzi perché fossero raggiunti da pubblicità mirate. Cosa molto grave: di fronte alle ridotte capacità di giudizio di un minore, la legge vieta che si possano incrociare i dati sulle sue preferenze per proporgli pubblicità ad hoc.

Google, nell’accordo, oltre a pagare, ha anche sottoscritto una riforma delle proprie politiche: in futuro richiederà esplicitamente che i contenuti destinati ai bambini siano ben definiti nei suoi canali video, in modo da evitare la presenza di inserzioni mirate in quegli stessi spazi. La sua controllata YouTube sarà anche tenuta a ricevere il consenso dei genitori prima di raccogliere o condividere qualunque dato personale, nome compreso, o immagine di bambini, una misura che in realtà faceva già parte del rispetto della normativa vigente (ma che, come detto, non necessariamente viene rispettata).

YouTube mentiva sapendo di mentire

Del resto, il denaro è denaro. Secondo gli inquirenti, YouTube si era nascosta dietro la regola di non poter teoricamente avere utenti di età inferiore ai 13 anni, per considerarsi immune alle regole sulla privacy dei bambini. «In realtà, la fascia 6-16 anni era, ed è, la sua fascia di pubblico più cospicua, come è emerso dall’esposto, e quindi la società promuoveva gli spazi pubblicitari agli inserzionisti come meta preferita di una audience giovanissima, guadagnandoci sopra milioni di dollari”, ci dice Valentina Amenta, ricercatrice dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr-Iit, esperta dei rischi legati alle nuove tecnologie relativamente ai minori. Dunque YouTube mentiva sapendo di mentire.

Quanto è grave ciò che è accaduto?

Le aziende, o chiunque, potrebbero oggi risalire all’identità di un minore che sta guardando un video su un tablet?

«Non si arriva a conoscere l’identità del bambino, semplicemente perché questo – al momento – non interessa alle aziende – ci spiega Amenta – Ma se ci si volesse arrivare non sarebbe certo difficile. Quel che interessa alle società – al momento – è avere dati sensibili chiamati dati particolari, che sono diversi dai dati personali perché ad esempio non comprendono il nome, ma la geolocalizzazione, il numero di telefono dal quale è stato richiesto il video e il numero identificativo del cellulare». È chiaro che, avuto questo, cioè avuto il nome e la geolocalizzazione del genitore che possiede il tablet da cui si visualizza il video, avere il nome del bambino è un attimo, ad esempio attraverso le foto postate sui social dai genitori, nonni o zii. Ma quanti di noi ne sono consapevoli?

Vedere un video ci espone ad essere schedati

La multa a YouTube dipende dal fatto che è stata fatta un’analisi del comportamento dei suoi utenti bambini. In base alle scelte del minore, YouTube registrava gusti e preferenze, ne studiava il comportamento a fini commerciali, per definire quindi pubblicità mirate al soggetto, «ma l’azienda può arrivare a conoscere, nello stesso modo, anche eventuali disturbi psicologici e comportamentali del minore, che potrebbero essere individuati e segnalati. Se ad esempio il bimbo rivede più volte lo stesso video, si può ipotizzare un disturbo autistico con una certa facilità. Per questo si tratta di dati sensibili, anche se non necessariamente identificativi. Il rischio è quello di essere potenzialmente schedabili in base ai nostri gusti, ai nostri disturbi, al posto dove viviamo e alle abitudini che abbiamo (se, ad esempio, abbiamo l’abitudine di farci un selfie con geolocalizzazione mentre andiamo a fare la spesa, siamo in vacanza, o prendiamo un gelato al bar il gesto non è libero da potenziali rischi)», aggiunge Amenta.

 «Purtroppo troppo spesso non mettiamo filtri di privacy ai nostri social, né ci facciamo problemi a rendere di dominio pubblico la foto di un minore sotto la nostra responsabilità». Ecco quindi che la foto di un bambino al mare, scattata dalla nonna e condivisa su Facebook, potrebbe essere – a seconda del tipo di foto, e a seconda dei filtri della nonna sul social – una mossa potenzialmente molto, molto ingenua, e fare più danno di quel che una multinazionale come Google ha già mostrato di riuscire a fare. «I social sono percepiti come uno strumento ludico fine a se stesso, ma ammesso che oggi sia così, potrebbe non esserlo più domani», continua Amenta, e la storia ce lo dovrebbe aver insegnato. Oggi avere una auto-schedatura di noi stessi, con geolocalizzazione, gusti sessuali, malattie, disturbi e devianze è alla portata di chiunque. Anche se parliamo di minori. E questo semplicemente non è prudente. Allora cosa dovremmo fare per diventarlo?

Il Vademecum di Valentina Amenta per People for Planet
  1. Non lasciare mai lo smartphone o il tablet ad accesso libero ai minori, se connesso a Internet. Se è vero che molti dei video correlati al primo che carichiamo, proposti a lato dello schermo ad esempio da YouTube, sembrano essere sempre cartoni simili a quello visualizzato, non è così. Potrebbe affacciarsi di fronte al bambino di tutto, compresa violenza o pornografia.
  2. Non mettere foto di minori sui social: il farlo è sbagliatissimo. Il bimbo avrà in futuro una sua identità, e potrebbe non volerlo. Dobbiamo rispettare la possibilità che il bambino da grande vorrà una privacy maggiore di quella che noi concediamo a noi stessi. Tra l’altro ci sono già le prime sentenze contro i genitori, o i parenti, vinte dai figli che contestavano questa brutta abitudine. Ricordiamoci che non sappiamo come e quanto potrebbe svilupparsi la tecnologia, ma già adesso, “attraverso il riconoscimento facciale, il volto di un bimbo è sufficiente per giungere al suo nome”. Pensiamo al bullismo. «Banalmente anche gli adesivi dietro la macchina coi i nomi dei membri della famigli sono tutti dati che diffondiamo con troppa tranquillità, in un mondo che mette in rete foto da satellite, droni…: pensiamoci!»
  3. Ancora peggio, non mettere foto di minori dove si mostra la geolocalizzazione e cosa si sta facendo. È rischioso! Perché devo dire a tutti gli spostamenti di un minore?
  4. La nuova legge su cyberbullismo dice che chi carica e distribuisce è responsabile del reato. Rendete vostro figlio consapevole dei rischi che corre se per “scherzo” condivide un video che trovava divertente, ma in realtà bullizzava un coetaneo. Dobbiamo sapere già da ragazzi i rischi penali e civili che corriamo.
  5. Evitiamo di compilare in rete le richieste di dati (nome, cognome…) che ci arrivano via social. I siti della pubblica amministrazione e di molte aziende private (come ad esempio Aruba) sono in genere invece molto sicuri.
  6. Un minore che vuole iscriversi a un social dovrebbe essere istruito come quando gli insegniamo, per anni, la sicurezza stradale, prima di lasciarlo uscire da solo. Allo stesso modo, un 13enne che entra su Instagram, ad esempio, deve essere istruito (e così il suo genitore o tutore) su cosa sta facendo. «Ad esempio deve sapere che se pubblica una sua foto quella può rimanere in eterno nel locale pc di un qualsiasi utente dall’altra parte del mondo. L’educazione digitale servirebbe in ogni scuola. In attesa che ci arrivi, i genitori devono formarsi e formare”.
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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… ti spiegano ciò che pensi”

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 10:00

Così come non mi riferisco a un decaffeinato io, quando affermo con desiderio – e pregusto già con piacere – “sai che quasi quasi avrei voglia di un buon caffè?”.

Fatale, soprattutto dopo le cinque del pomeriggio, la controproposta altrui: 

«Ma vuoi un decaffeinato
No, non voglio un decaffeinato, grazie: vorrei un caffè. 
«Ma il decaffeinato non è del tutto privo di caffeina». 
Ho capito, ma voglio proprio un caffè. 
«…che poi oggi ha lo stesso sapore!» 
Ho detto CAFFÈ.

È un po’ come all’Ikea

«Ti piace la busta gialla? Prendine una blu.»
Ma che ti ho fatto? Perché mi adeschi con la busta gialla e poi devo farmi andare bene la blu? Chic, senza impegno, ideale per un pomeriggio tra amici e per una cena di lavoro, il blu.
Ma a me piace quella gialla! Perché, poi, vuoi dirmi che in realtà io desidero la blu?

(Cattiva) maestra di tale pratica è la televisione

Ti racconta chi sei, cosa vuoi e perché. E a nulla vale la tua protesta davanti al piccolo schermo. Lei continua ad andare dritta per la sua strada. 
«Facciamo questi programmi perché è ciò che vuole la gente», ci raccontano da anni i professionisti del peggioramento del gusto e della società
Insomma, Giletti, è colpa tua e se ti fai male ti do il resto, come diceva mamma con la ciabatta di legno in mano nei primi anni ‘80. 
Poi dice che era nonna ad essere fuori di testa, quando gli ultimi anni litigava con la tv…

Menzione speciale per il marketing su web

Appena compiuti 40 anni, la pubblicità che ti compare rivolta passa senza colpo ferire dai metodi anticoncezionali agli strumenti per rimanere incinta, dal fondotinta effetto mat all’antirughe anti-age, dal rum venduto nei peggiori bar di Caracas alla tisana che favorisce il micro circolo e sgonfia i piedi.

Attendo personalmente, con curiosità mista a terrore, la citofonata del Social Media Manager di Taffo, a questo punto. Almeno lui ha colto l’unico linguaggio accettabile per infilarsi tra i pensieri altrui: l’ironia.

D’altra parte, se la vita e la morte hanno un senso, speriamo sia il senso dell’umorismo.

Foto di Christoph da Pixabay

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A Fabriano di carta se ne intendono

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 07:28

Per fare la carta ci vogliono gli alberi… o forse no… Melania Tozzi, di Fabriano, ha messo a punto una tecnica per produrre carta di straordinaria qualità utilizzando gli scarti della canapa. Le piante femmina, che hanno una marcia in più…

Il sogno di Melania? Che la canapa possa rimpiazzare un giorno la plastica flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_340"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/output/Carta-da-canapa-cruda.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/Carta-da-canapa-cruda.mp4' } ] } })

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Quando la musica si trasforma in zuppa di verdura

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 07:00

Dal 1998 esiste un’orchestra, fondata a Vienna, i cui componenti suonano utilizzando frutta e ortaggi freschi. La Vegetable Orchestra porta sui palchi di tutto il mondo gli stili più differenti e, al termine di ogni performance, offre una zuppa agli spettatori.

Jürgen Berlakovich, Susanna Gartmayer, Barbara Kaiser, Matthias Meinharter, Jörg Piringer, Richard Repey, Ingrid Schlögl, Ulrich Troyer, Tamara Wilhelm, Martina Winkler: sono loro gli artisti speciali – musicisti ma anche visual artist, architetti, designer, media artist, scrittori e poeti del suono – che danno vita a questo progetto portando in questa esperienza il loro personale background.

Tutti gli strumenti sono appunto ricavati da vegetali come carote, carciofi, zucche essiccate e pelle di cipolla. Sono “strumenti organici”, generatori di suoni che durano, purtroppo, soltanto il tempo di una performance. Ogni esibizione, quindi, è diversa dalla precedente e dalla seguente per suoni e atmosfera. Al termine di ogni concerto o di ogni sessione però gli strumenti non vengono semplicemente buttati, come si potrebbe pensare. L’usanza della band è quella di far preparare una zuppa da offrire a tutti i presenti. Ciò che è proprio impossibile utilizzare viene gettato via, assicurandosi che sia differenziato correttamente.

Alla Vegetable Orchestra spesso viene chiesto come si pone rispetto a chi muore di fame. La loro musica è uno spreco di risorse alimentari? Così rispondono alle critiche: “Se siete davvero preoccupati per questo allora agite! Leggete tutti i libri che parlano dei reali motivi che portano le persone a morire di fame, cambiate vita e cambiate i politici che vi guidano, acquistate i prodotti giusti e supportate cause importanti. Non sono le persone che usano i vegetali in questo modo a rendere il mondo peggiore, il mondo peggiora quando vogliamo sempre di più, una nuova auto, un nuovo cellulare, una casa più grande con l’aria condizionata, più denaro… E i nostri strumenti, in fin dei conti, vengono prodotti in maniera più sostenibile rispetto a quelli classici o ai computer, consumano meno energia e risorse e sono biodegradabili”.

E se anche voi ve lo state chiedendo… no, nessuno di questi artisti è vegano o vegetariano.

Il quarto album è in fase di lavorazione. Sono in arrivo 14 nuovi brani ed è attiva anche una campagna di crowdfunding.

Per saperne di più: www.vegetableorchestra.org

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Combattere la vecchiaia fin da giovani!

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 16:00

Alcuni giorni dopo aver compiuto i sessant’anni mi sono accorto che mi stavo muovendo più lentamente. Mi son detto: “Ma cosa sto facendo?”
Il problema è che la vecchiaia è un fatto fisico ma anche mentale. C’è una forma sadica di condizionamento che colpisce gravemente molti.
C’hai sessant’anni, e allora…
E allora che?
Io credo che sia importante dire che noi che abbiamo vissuto tante primavere non siamo vecchi. Siamo diversamente giovani.
Io ho la fortuna di aver visto mio padre a oltre 90 anni lavorare 8 ore al giorno 7 giorni su 7… Una furia umana.
Chiaro che la mia idea della vecchiaia è particolare.

Io credo che mi aiuti anche il fatto che quando ero molto più giovane di adesso a un certo punto ho cambiato il modo di guardare quelli che fino ad allora consideravo vecchi.
È una cosa che consiglio di fare ai giovani. Dà benefici.
Perché nessuno resta giovanissimo per sempre.

Per diversamente giovani non intendo che uno deve scalare le Ande con uno zaino di 40 chili sulle spalle e andare poi a prendere a schiaffi i coccodrilli, che poi non sai neanche il coccodrillo come fa… Quella lì è un’altra cosa. In alcuni casi si arriva al negazionismo della maggiore età. Che è una cavolata pazzesca.

I vecchiacci! Gente coriacea

E poi è indiscutibile che con gli anni si diventa più tosti. C’hai meno tempo da perdere. Chi c’era alle Termopili? In 300 contro le orde imperiali persiane…
Perché diciamolo, arrivare oltre i 30 è già un bel risultato, per milioni di anni ci sono riusciti in pochissimi. È difficile, specie se la tua generazione sì è spiaccicata in massa contro il parabrezza della storia. È stata una strage…

Comunque una nota dolente c’è. Ho vissuto tutta la mia vita in un’Italia dominata dai Matusalemme e quando cavolo arrivo ad essere vecchio vanno di moda i quarantenni. Ma va fa un bagno, va!

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Pediatri: “Un bimbo calabrese vive due anni in meno di un bimbo veneto”

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 08:00

Sud, periferia, quartieri difficili: il luogo di nascita può dire molto del futuro di un bambino. Per far fronte a questa disuguaglianza, serve prima di tutto una raccolta dati sistematica e scientifica. Anche per questo è partito il progetto Nascita

«Il numero di nati in rapporto alla popolazione dei residenti è simile in Veneto e in Calabria. Tuttavia, la probabilità di non sopravvivere nei primi giorni di vita di un neonato calabrese è quasi doppia di un suo coetaneo veneto. Il Veneto è paragonabile alla Finlandia, la Calabria alla Grecia», Maurizio Bonati, Laboratorio per la Salute Materno-Infantile, Dipartimento di Salute Pubblica, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, Milano, anche per questo motivo lavora insieme all’Associazione Culturale Pediatri (ACP) al progetto NASCITA (NAscere e creSCere in ITAlia), presentato in questi giorni a Matera, al XXI Congresso Nazionale dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP).

“Comunque, dopo essere nati e sopravvissuti alla prima settimana di vita, un neonato veneto ha una prospettiva complessiva di vivere 2 anni in più rispetto a un neonato calabrese. Nel corso della crescita le “distanze” si mantengono. Il bambino che vive in Calabria deve far fronte a maggiori difficoltà: per esempio, andare all’asilo nido (1 posto in Calabria vs i 9 posti in Veneto, ma sono 24 in Emilia Romagna). In generale, quel bambino calabrese dovrà vivere in uno stato di deprivazione materiale che è doppia in Calabria rispetto al Veneto, e abbandonerà la scuola precocemente, con una probabilità doppia rispetto al bambino veneto”.

La forte e persistente associazione tra latitudine e i determinanti della salute testimonia le troppe disuguaglianze che necessitano di intervento. “Uguaglianza ed equità devono essere garantite in quanto condizioni di diritto educativo, sanitario e sociale, nel rispetto dei principi di unità e indivisibilità della Repubblica. Ma questo non basta. Infatti le disuguaglianze sono più profonde e vicine: intra-regionali, nelle metropoli, tra centro e periferia. Non è una questione meridionale. È una questione che interessa tutte le comunità, ovunque vivano e… sin dalla nascita”.

L’individuazione dei fattori di rischio modificabili e di fattori prognostici in periodi critici dell’esistenza può contribuire allo sviluppo di strategie efficaci di prevenzione e di intervento. Per questo motivo, gli studi longitudinali sulle coorti di nascita – finora piccoli e poco significativi – possono fare la differenza per iniziare a cambiare le cose.

Il progetto NASCITA è un’iniziativa multi-osservazionale e rappresentativa della realtà italiana, una risposta per far fronte a questa mancanza: costituire una database di informazioni sullo stato di salute nel tempo, sin dalla nascita, di molti bambini. Lo scopo è monitorare lo sviluppo fisico/cognitivo/psicologico, lo stato di salute e benessere di una coorte di nuovi nati, nel corso dei primi 6 anni di età, e valutare i potenziali fattori (determinanti) che possono influenzarli.

L’obiettivo atteso è di coinvolgere una coorte di almeno 8000 nuovi nati (e le loro famiglie) a partire da aprile 2019, in 23 cluster geografici rappresentativi della realtà italiana (nord/centro/sud, urbano/rurale, montagna/pianura/mare, metropoli), con il supporto di almeno 230 pediatri di famiglia. A oggi si è superata la soglia di 2300 nuovi nati arruolati.

L’arruolamento dei bambini avviene nel corso della prima visita effettuata dal pediatra di famiglia entro i primi 45 giorni di vita. I dati raccolti nel corso delle 7 visite dei bilanci di salute previste nei primi 6 anni di vita dai pediatri di famiglia partecipanti saranno inseriti in una scheda di raccolta dati elettronica e saranno registrati tutti i contatti tra il pediatra e il bambino/la famiglia. Tra le altre cose, sarà valutata la crescita staturo-ponderale, lo sviluppo psicomotorio, i percorsi educativi/di socializzazione, l’alimentazione (es. durata dell’allattamento al seno, età e modalità di svezzamento…), le vaccinazioni effettuate, eventuali malattie (in particolare le condizioni di cronicità), la prescrizione di farmaci, visite specialistiche ed esami diagnostici, gli accessi in Pronto Soccorso e i ricoveri ospedalieri.

L’analisi dei dati valuterà eventuali associazioni tra determinanti prenatali, contesto di vita (ambiente), alimentazione, buone pratiche genitoriali, opportunità di apprendimento precoce e di socializzazione e l’incidenza di eventi avversi intesi come malattie croniche, sovrappeso/obesità, disturbi dello sviluppo cognitivo/psicomotorio.

Lo studio è coordinato dal Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, Milano, in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) ed è monitorato da un comitato scientifico indipendente e multidisciplinare, rappresentativo di differenti competenze e professionalità e con il coinvolgimento di cittadini e genitori.

L’analisi dei dati valuterà eventuali associazioni tra determinanti prenatali, contesto di vita (ambiente), alimentazione, buone pratiche genitoriali, opportunità di apprendimento precoce e di socializzazione e l’incidenza di eventi avversi intesi come malattie croniche, sovrappeso/obesità, disturbi dello sviluppo cognitivo/psicomotorio. Un bagaglio di dati “correnti” utili per interventi di contrasto alle crescenti disuguaglianze.

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Uscire dalla povertà danzando

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 08:00

There are more orphans in Uganda than anywhere else in the world” si legge sul loro sito. Ci sono più orfani in Uganda che in qualsiasi altro Paese del mondo.
Più di 2,4 milioni di bambini, rimasti orfani a causa di guerre, carestie e malattie.

I bambini di Masaka Kids Africana

Per aiutarli è nata la Masaka Kids Africana, associazione (di Masaka) per l’educazione infantile che si occupa soprattutto di istruzione. Ma tra le tante attività ce n’è una che spicca particolarmente: i balli e le danze.
I loro video su YouTube hanno milioni di visualizzazioni e sono meravigliosi!
Le danze sono tipicamente africane, con costumi, coreografie e decine di bambini dai 2 anni in su.
Vantano collaborazioni con cantanti di fama mondiale (recentemente con Karina Palmira), album in vendita su Amazon e Apple Store.

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